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Bitcoin, mining e sostenibilità. Corso base ep. 5

Il falso mito più abusato in assoluto: Bitcoin e la sua sostenibilità. Ma l’energia del mining è tutto fuorché sprecata, e anzi può incentivare una transizione verso il rinnovabile.

Bitcoin e l’inquinamento

Uno dei più famosi falsi miti intorno a Bitcoin è che sia la rovina del nostro ambiente, che inquina tantissimo e che, per questo, andrebbe bandito.

Lo si sente in particolare da quando Elon Musk aveva deciso di smettere di accettare i pagamenti in Bitcoin per le sue Tesla, e da lì è diventato uno degli argomenti più in voga per i detrattori di Bitcoin, che l’hanno storpiato per ostacolarne l’utilizzo.

In questo nuovo episodio del Corso base su Bitcoin e criptovalute andiamo quindi a fondo della questione, analizzando il tema energetico che sta dietro all’ecosistema Bitcoin e la sua sostenibilità.

La questione energetica

L’argomento “Bitcoin energivoro” è diventato negli ultimi tempi un tema mainstream, e ha contribuito a diffondere disinformazione e pregiudizi nei confronti di tutta l’industria. Indubbiamente, non si può negare l’evidenza che il network Bitcoin (compreso quindi il mining) consumi un’elevata quantità di energia, ma allo stesso tempo non si dovrebbe dare per contato lo scopo che il consumo di energia ha a sua volta. Spesso si parla infatti in termini di spreco e inquinamento, senza tenere in considerazione che la sicurezza e la decentralizzazione del network sono garantite in primo luogo proprio dall’energia consumata dal sistema. E utilizzare un network non sicuro per operazioni fondamentali come lo stoccaggio e il trasferimento di valore non avrebbe alcun senso.

Partendo da questo assunto, si potrebbero poi paragonare i consumi con qualcosa di simile, come per esempio il sistema bancario o, perché no, il sistema di estrazione dell’oro, se si considerasse il mining come operazione di “estrazione di un asset di valore” come è, appunto, Bitcoin.

Secondo una recente ricerca di Galaxy Digital, il consumo del sistema bancario è di circa 250 terawattora, mentre il consumo energetico complessivo stimato dell’industria dell’estrazione dell’oro ammonta a 200 terawattora. L’industria Bitcoin, sempre nel momento in cui la ricerca è stata effettuata, consuma 100 terawattora. La tendenza, ovviamente, è in crescita, in proporzione diretta con la crescita del numero dei miner, ma è in crescita parallelamente anche anche l’approvvigionamento tramite energie rinnovabili, e in modo esponenziale.

Il mining e l'energia

Un primo contraddittorio si fonda sul consumo di ogni effettiva transazione, soprattutto paragonandole al numero ovviamente più elevato realizzato dall’insieme delle banche rispetto a BTC. Sarebbe, come dire, paragonare 100mila transazioni fatte con carta di credito con una di Bitcoin, omettendo però il fatto che il consumo energetico di BTC non varia al variare del numero di transazioni sul network. Questo dipende esclusivamente dal numero di miner partecipanti all’ecosistema, o meglio, dalla potenza complessiva espressa dai miner. Questo valore è quindi fisso, e non dipende dal numero di transazioni. Se anche sulla blockchain non venissero effettuate delle transazioni, il consumo di energia da parte di tutti gli enti coinvolti rimarrebbe lo stesso. Fare una transazione di 20 dollari, o farne una di 20 trilioni, non cambierebbe nulla dal punto di vista del consumo energetico o dell’inquinamento.

Il limite al numero di transazioni che si possono fare è fisiologico, perché i blocchi hanno una certa dimensione dedicata a un tot di transazioni, ma ci sono allo stesso tempo tecnologie come il Lightning Network che rappresentano soluzioni a bassissimo impatto energetico senza che queste possano intaccare il mining, scalando quindi i volumi transati.

Il secondo argomento da analizzare riguarda invece la provenienza di questa energia. Il punto è fondamentale, e non riguarda solo Bitcoin. In generale si potrebbe convenire che tutto il settore energetico andrebbe convogliato verso il rinnovabile, un settore a minore impatto ambientale. Ma è più facile a dirsi che a farsi, ovviamente. Bitcoin, in questo scenario, potrebbe però assumere un ruolo fondamentale, diventando un veicolo primario per la transizione a un’energia più sostenibile.

Perché? Semplicemente, Bitcoin è un business, e il mining è un’industria che tende a ricercare fonti energetiche il meno dispendiose possibile. Se quindi c’è la possibilità di approvvigionarsi di combustibili fossili a basso prezzo (come in Cina), l’industria andrà in quella direzione a prescindere dal problema inquinamento, ma se al contrario è il rinnovabile ad offrire dei prezzi vantaggiosi, allora l’industria avrà tutto l’interesse di sviluppare quel campo.

In questo contesto, la Cina ha recentemente lasciato il posto agli Stati Uniti come prima nazione nel settore del mining, i quali sono al primo posto anche per mole di investimenti nel rinnovabile, con già molte aziende quotate al Nasdaq per quanto rilevanti. Queste sono poi le prime a volersi vendere in quanto tali, poiché il trend è proprio in questa direzione.

Il caso del Texas

Un altro esempio per il quale il mining può essere paradossalmente una leva per fronteggiare gli sprechi energetici è invece rappresentato dal Texas. Nello stato, tra i più sviluppati per industrie rinnovabili, storicamente si sono spesso presentati problemi per quanto riguarda il fabbisogno energetico nei suoi picchi di domanda. Di tanto in tanto, alcune città richiedevano dell’altissimo fabbisogno energetico, portando quindi al rischio blackout. Una situazione che mal si accorda con un’infrastruttura particolarmente attrezzata col rinnovabile, poiché poco si adatta alla volatilità del fabbisogno, e che quindi necessità di una formula di produzione energetica tradizionale. Che però, a sua volta, genera sprechi enormi quando questi picchi di domanda non sussistono.

Si è creata quindi in Texas una situazione di eccedenza energetica, seppur rinnovabile in certi casi, che ad oggi si riesce a trasformare in valore proprio grazie al mining di Bitcoin. L’energia non si spreca, ma viene incanalata nelle mining farm, che rappresentano conseguentemente un volano a seconda da come si muove il fabbisogno energetico del territorio. E allo stesso tempo, le situazioni di blackout vengono eliminate, senza la preoccupazione di generare più energia del dovuto.

L’esempio fa capire benissimo, in questo caso, come Bitcoin non sia qualcosa da dover ostacolare in quanto dannoso per la sostenibilità, ma piuttosto una risorsa ulteriore per favorire la corsa al rinnovabile, che è esattamente la visione opposta rispetto a quella che vede Bitcoin come un ostacolo.


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