Dazi Usa: Trump gioca contro o a favore di Bitcoin?

Di Davide Grammatica

I nuovi dazi Usa hanno già avuto un forte impatto sul mercato crypto, ma le domande su come influenzeranno prezzi, volatilità e inflazione sono ancora molte

Dazi Usa: Trump gioca contro o a favore di Bitcoin?

La mossa di Trump che cambia tutto per l’economia globale

Dal Rose Garden della Casa Bianca si è deciso, ancora una volta, di cambiare il corso della storia. E da ogni prospettiva: da quella larga dei mercati globali, fino a quella più ristretta delle criptovalute.

Donald Trump ha annunciato in settimana il suo nuovo piano tariffario, ovvero un cambio storico nella politica commerciale degli Stati Uniti. Gli Usa imporranno una tariffa del 10% standard per le importazioni, a crescere a seconda della nazione, per quello che il presidente ha definito “giorno della liberazione”.

Il criterio di imposizione è determinato dal deficit commerciale Usa verso un determinato paese diviso per le relative importazioni, ma avremo modo di entrare più nello specifico. Basti sapere, per ora, che i dazi saranno del 24% per il Giappone, del 20% per l’Unione Europea e del 34% per la Cina (da aggiungersi a una precedente del 20% introdotta da Biden).

I mercati azionari globali sono crollati bruscamente riflettendo i timori degli investitori rispetto a un aumento dell’inflazione, e così hanno reagito male anche le criptovalute, con Bitcoin che incassa il colpo nascondendo correzioni ben peggiori del mondo altcoin.

Ma cosa succederà adesso? Proviamo a fare ordine, per capire quali potrebbero essere gli scenari futuri, nella migliore o nella peggiore delle ipotesi.

I dazi e l’impatto sulle crypto

Ci eravamo lasciati, il 27 marzo, come l’annuncio di Trump di tariffe del 25% su auto e ricambi di fabbricazione estera che avevano scatenato onde d’urto nei mercati finanziari, e questa settimane lo scenario è peggiorato ulteriormente.

Aumentano i costi di importazione, e si presume aumenteranno nell’immediato i prezzi al consumo, con un conseguente aumento dell’inflazione. La preoccupazione è che ora si andrà incontro a una recessione, e una vera crisi economica non è poi una possibilità così remota.

Il mondo crypto assorbe le preoccupazioni degli investitori, che per forza di cose si spostano su asset più sicuri, in primis l’oro, che infatti continua nel suo movimento rialzista registrando ATH settimana dopo settimana. Ma quale potrebbe essere il ruolo di Bitcoin in questo momento storico? Le risposte non sono scontate, e non è inverosimile che la prima criptovaluta possa trovare un ruolo proprio contro l’instabilità economica.

Nell’immediato, tuttavia, questo non è accaduto. Le crypto hanno subito una forte svendita, con BTC che ha registrato una forte correzione dagli $88k agli $82k. Per Ethereum è andata molto peggio, perdendo il supporto dei $1.800, e così per il mondo altcoin. È andata male anche per le azioni legate al settore, con Strategy in calo del 7%, Coinbase Global del 6% e Robinhood del 9%.

Deriva tutto dalle preoccupazioni rispetto a un balzo dell’inflazione, da tempo fattore determinante per l’andamento del prezzo di Bitcoin, e da condizioni finanziarie più rigide che renderebbero difficile la vita degli asset considerati più “rischiosi”.

Il cambio del sentiment degli investitori

Una crescita economica più lenta (se non in recessione) è ciò che più compromette il sentiment rialzista degli investitori a livello globale. E l’avversione al rischio è un freno concreto alla crescita del settore crypto.

Ciò si declina in vari modi. I venti di una guerra commerciale potrebbero aumentare le tensioni tra Usa e partner commerciali, per un circolo vizioso di ritorsioni e nuovi sconvolgimenti economici. E un aumento dell’inflazione potrebbe aumentare la pressione sulle banche centrali perché queste insistano su politiche monetarie restrittive (a scapito dei buoni propositi di tagliare i tassi di interesse). Questi elementi provocano, allo stesso tempo, una fuga di capitali dai fondi a limitare potenziali perdite.

Un forte aumento della volatilità nel settore crypto è lo scenario più probabile, figlio di maggiore incertezza politica, trading speculativo e una correlazione con i mercati azionari ancora forte. Ma contribuirà anche il mercato forex, con il dollaro in balia di due forze opposte, la domanda di un “rifugio” e un deficit commerciale in aumento.

I dazi nel corso della storia

Si possono azzardare alcune previsioni anche guardando al passato, e come i dazi hanno determinato l’evoluzione delle economie globali nel corso della storia, specialmente dal punto di vista statunitense.

Dopo la crisi del ’29, nuovi dazi introdotti dallo Smoot-Hawley Tariff Act (1930) hanno peggiorato una situazione già disastrosa, con esportazioni in calo del 60% e tariffe di ritorsione da parte dei paesi esteri che hanno portato il Dow Jones a perdere il 90% dal suo picco tra il 1929 e il 1932.

Al contrario, nel 1947, tariffe più basse introdotte dall’accordo GATT hanno spinto al rialzo l’economia globale, con il PIL Usa in crescita del 4% l’anno e l’azionario in forte risalita.

Nel 1971, Nixon smantellò il sistema Bretton Woods (ponendo fine alla convertibilità del dollaro statunitense in oro) e impose un rincaro del 10% sulle importazioni per contrastare gli squilibri commerciali. Se nell’immediato tutto sembrò funzionare per il meglio, a lungo termine le conseguenze di tradussero nella forte crisi degli anni ’70, con la crisi del petrolio che aumentò drasticamente i problemi del mercato azionario e un sistema fiat che alimentò la volatilità nei mercati forex.

Con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) nel 2001, una forte riduzione dai dazi sulle importazioni cinesi (dal 40% al 4%) fece le fortune dello S&P 500, in crescita dell’80% dal 2003 al 2007, ma nuovi squilibri commerciali e la manipolazione valutaria hanno causato lo scoppio di una nuova guerra commerciale tra 2018 2020, nonché la reintroduzione di nuovi dazi.

Fu sempre opera di Trump, che sul finire della sua prima legislatura impose tariffe miliardarie a Pechino, che rispose con dazi di ritorsione.

In quel caso, le tensioni economiche furono la fortuna di Bitcoin, che passò da $3.700 a $13.000 nella speranza potesse essere una forte protezione dall’incertezza economica. A fine 2019, BTC tornò a $7.000 in coincidenza di un allentamento delle tensioni.

Il piano di Trump, nello specifico

Come accennato, la nuova politica commerciale di Trump si basa su una nuova “tariffa di base” del 10% imposta a qualsiasi importazione negli Stati Uniti.

Queste aumentano poi in base alle nazioni. Tra le più rilevanti ci sono quella imposta alla Cina (34%, da aggiungere a quella del 20% già esistente) quella all’Ue (20%), e quella al Giappone (24%). Ma ce ne sono anche di peggiori, come quella imposta al Vietnam (46%) o allo Sri Lanka (44%).

L’intenzione è quella di correggere deficit commerciali di lunga data, aumentare i posti di lavoro nel settore manifatturiero e aumentare le entrate federali. Il ragionamento è semplice: se diventa sconveniente importare, sarà più conveniente produrre nel paese. Tuttavia, questo cambio di approccio repentino genererà sicuramente grandi problemi nell’immediato.

Le prospettive delle criptovalute

Ciò detto, e constatato che Bitcoin ha già avuto modo di scontrarsi con uno scenario economico determinato da nuovi dazi, possiamo dire che l’unica cosa “sicura” sarà un aumento della volatilità. Per il resto, ovvero il futuro rialzista o ribassista di BTC, bisognerà attendere le evoluzioni di condizioni economiche più ampie alle risposte commerciali globali.

Abbiamo visto che tendenzialmente, ambienti inflazionistici sono di forte impulso alle criptovalute, ma le crisi economiche non risparmiano il settore.

In questo senso, non è detto che una recessione (nella peggiore delle ipotesi) sia per forza di cose negativa per le criptovalute. Al contrario, proprio Bitcoin potrebbe ancora emergere come copertura contro l’instabilità economica in caso di un aumento dell’inflazione.

D’altra parte, bisogna ancora attendere la risposta dei partner economici degli Usa, e quindi il futuro dei mercati è ancora tutto da scrivere.

Il metodo di calcolo delle tariffe

Ha fatto molto discutere, negli ultimi giorni, il metodo di calcolo delle tariffe imposte dagli Usa ai vari paesi esteri. La narrativa di Trump è quantomeno curiosa, e consiste nell’aver applicato uno “sconto” a dei dazi di risposta ad altri dazi già in essere imposti agli Usa.

Il calcolo tariffario “reciproco” è descritto dall’Office ot the United State Trade Representative come tasso tariffario necessario per bilanciare i deficit commerciali bilaterali. Il calcolo presuppone che i deficit commerciali persistenti siano dovuti a una serie di fattori (tariffari e non), ma riguarda esclusivamente i “beni”, escludendo quindi dal calcolo settori fondamentali per gli Usa quali quello dei servizi.

Sostanzialmente, il dazio imposto andrebbe ad appianare questo deficit commerciale, ma il calcolo dell’entità della tariffa lascia qualche dubbio, a partire dal fatto che, come detto, si descrive il deficit commerciale totale con i vari paesi prendendo in considerazione solo i “beni”.

Le tariffe sono “concettualizzate”, e secondo il documento ufficiale le aliquote sarebbero necessarie in un contesto in cui, nonostante “modelli di commercio internazionale generalmente presumono che il commercio si bilanci nel tempo, gli Stati Uniti hanno registrato deficit persistenti delle partite correnti per cinque decenni”.

Per diversi analisti, questo sarebbe però quantomeno da discutere. Esistono paesi tradizionalmente “importatori” e altri “esportatori”, e questo dipende direttamente dalla politica commerciale. Lo dimostrano proprio gli Usa, che storicamente hanno conquistato il loro ruolo di leader globale non grazie all’esportazione di materie prime ma a quella del know-how, delle tecnologie innovative e dei servizi.

Vien da sé, quindi, che i dazi derivano direttamente dall’indirizzo politico di Trump, votato al protezionismo, e non da un deficit commerciale problematico. Il rapporto import export non è “dannoso” da una parte o dall’altra a prescindere, ma descrive semplicemente l’impronta politico/commerciale del paese.

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