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Tasse crypto nel mondo: l'Italia non è la pecora nera!

Di Gabriele Brambilla

Scopriamo come cambiano le tasse crypto nel mondo e capiamo perché in Italia poteva andarci meglio, ma pure decisamente peggio!

Tasse crypto nel mondo: l'Italia non è la pecora nera!

Introduzione alle tasse nel mondo

Di tasse crypto in Italia ne abbiamo parlato di recente in un approfondimento dedicato alla fiscalità nel 2025. Quindi, conosciamo bene i vari obblighi che spettano a chi possiede bitcoin & co, dalla dichiarazione al pagamento dell’IC.

Adempimenti e prelievi fiscali sono un po’ una scocciatura, lo sappiamo. Dopotutto, sarebbe tutto più semplice e profittevole se non dovessimo fare proprio nulla, come accadeva un po’ di anni fa. Però, poteva andarci pure peggio, perché in alcuni Stati le normative sono più rigide e le tasse colpiscono duro. Certo che poteva anche andare meglio, perché ci sono pure Paesi in cui possedere le crypto non comporta particolari obblighi.

Andiamo quindi a esplorare la situazione mondiale e capiamo come i vari Stati disciplinano (e tassano) le criptovalute, confrontando il tutto con l’Italia.

Ripasso sull'Italia

Due righe riguardo alla situazione italiana, così da agevolare il confronto.

Innanzitutto, è obbligatorio dichiarare il valore di tutti gli asset crypto in nostro possesso, secondo le disposizioni delle più recenti normative, ai fini del monitoraggio fiscale.

Nel caso di eventi tassabili, l’aliquota è del 26%. Ad esempio, vendendo criptovalute in cambio di euro, scambiare crypto con NFT o con stablecoin compliant, comporta una fattispecie fiscalmente rilevante.

Vi è inoltre un’imposta chiamata “IC”, identificata spesso per semplificare come “imposta di bollo sulle crypto”. Essa corrisponde al 2 per mille del valore totale di asset crypto detenuti ed è da versare annualmente. Buone notizie per i piccoli investitori: se l’IC è al di sotto dei 12 euro, non è dovuta.

Questi sono i punti fondamentali da tenere in mente. Per approfondire, perché la materia è molto più complessa, rimandiamo all’articolo linkato nel paragrafo precedente, così come al nostro contenuto principale sulle tasse crypto in Italia.

"Con un'aliquota per ora al 26%, l'Italia non è il Paese migliore per i crypto-investitori, ma neppure il peggiore..."

Tasse crypto in Europa

La situazione europea è molto differente da Stato a Stato.

Prendendo come esempio la Francia, la tassa per la vendita di crypto, reward dallo staking e altre transazioni profittevoli ha un’aliquota del 30%. I miner pagano addirittura il 45% sui profitti, così come i trader professionisti.

Anche in Spagna si pagano tasse abbastanza allineate: 28% sulle vendite, 47% sui profitti come quelli da staking, a cui si aggiunge una Wealth Tax fino al 4%, variabile in base alla regione di residenza.

Dura la situazione in Danimarca: l’Income Tax legata a vendite, trading, spesa di crypto ed earning è al 52,06%. Spoiler: non si tratta dell’aliquota più elevata al mondo.

Ben diversa la situazione in Germania. Detenendo le crypto per più di un anno, non si è soggetti a tassazione. Se invece si sta al di sotto di questo arco temporale, la tassa è del 45%.

Se la passano bene anche in Svizzera: niente tassa sul capital gain, solo una Wealth Tax (se dovuta). In ogni caso, ci sono delle differenze da cantone a cantone che richiedono la massima attenzione.

In linea generale, l’Europa dell’Est è un ambiente piuttosto favorevole per i crypto investitori. Dalla Bulgaria alla Romania, dalla Grecia alla Serbia, il livello di tassazione non supera il 19%.

Tassazione crypto in Canada e negli Stati Uniti

In Canada le criptovalute sono inquadrate come commodities. Sono quindi soggette alla tassa sul capital gain o a quella sul reddito. La distinzione avviene in base alla tipologia di investitore, individuale o professionale.

Gli investitori pagano il capital gain solo sulla metà dell’importo soggetto a vendite di crypto, swap, spese e regali. La tassa è del 33%, a cui si somma la State Income Tax.

Negli States, le crypto sono invece inquadrate come proprietà.

Vendita, swap e spese rientrano sotto l’ombrello della tassa sul capital gain. Mining, staking ed earning sono invece nella sferra dell’income tax.

Le aliquote variano: tra il 10 e il 37% sui guadagni di breve termine o sul reddito. Tra il 15 e il 20% sui guadagni di lungo termine. Il 28% è invece riservato al mondo degli NFT.

Tasse negli Emirati Arabi Uniti e Arabia

Come ben sappiamo, gli Emirati e l’Arabia Saudita non applicano tasse sulle criptovalute, attirando così attività e investitori da tutto il mondo.

Per gli EAU, l’unica tassa che ci risulta è una corporate tax sui profitti delle società che operano nel nostro settore. Pari al 9%, si applica sui profitti che superano i 375.000 AED (circa 95.000€ al cambio attuale).

"Emirati e Arabia Saudita sono un vero e proprio paradiso per gli investitori in crypto"

Paesi in cui le crypto sono bannate

I Paesi da elencare sarebbero ancora tantissimi. In generale, possiamo dire che la situazione in Sud America è positiva, con tasse <19% (salvo che per il Cile). Bene anche la Russia e il Sudafrica.

Tassazione elevata (dal 30% in su) in India, Australia, Nuova Zelanda e Giappone. Nel Paese del Sol Levante, l’aliquota raggiunge addirittura il 55%.

Le criptovalute sono poi bannate in alcuni Paesi, tra cui spicca chiaramente la Cina. All’elenco si aggiungono poi Nepal, Bangladesh, Afghanistan, Tunisia, Algeria, Egitto e Marocco. In alcuni casi la motivazione di questa scelta sta nelle problematiche dovute alla regolamentazione o alla stabilità finanziaria; in altri, vi sono considerazioni religiose, come avviene per l’Egitto.

Conclusioni

Il nostro breve giro del mondo all’insegna delle tasse finisce qui. Come abbiamo potuto constatare, l’Italia è un po’ in una via di mezzo: poteva andarci meglio, così come peggio. Dall’anno prossimo l’aliquota salirà però al 33%: un balzo del 7% che proprio non ci voleva e che andrà certamente a impattare non poco sugli investitori italiani.


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