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Algoritmi di consenso crypto: oltre PoW e PoS

Di Gabriele Brambilla

Oltre a Proof-Of-Work e Proof-of-Stake, esistono altre tipologie di algoritmi di consenso frutto dell'ingegno degli sviluppatori. Eccone alcune tra le principali.

Algoritmi di consenso crypto: oltre PoW e PoS

Algoritmi di consenso e blockchain

Proof-of-Work e Proof-of-Stake sono senza ombra di dubbio gli algoritmi di consenso più noti e utilizzati.

Esistono però altre soluzioni tecniche originali, oppure declinate dai due pilastri appena citati. Questo approfondimento è dedicato a una rapida panoramica di alcune alternative, così da ampliare ulteriormente le nostre conoscenze.

Nel dettaglio, andremo a scoprire i seguenti algoritmi di consenso:

  • Delegated Proof-of-Stake.
  • Pure Proof-of-Stake
  • Leased Proof-Of-Stake.
  • Proof-of-Authority.
  • Proof-of-Burn.

A dirla tutta, potremmo aggiungerne tanti altri. Gli algoritmi di consenso sono infatti un campo fiorente, dove spuntano spesso novità meritevoli di attenzione.

Tuttavia, ci concentreremo su queste cinque realtà in quanto piuttosto conosciute o particolari.

Se non hai ancora letto l’articolo dedicato agli algoritmi di consenso, meglio dare un’occhiata prima di proseguire: sarà tutto più facile.

Basta tergiversare: iniziamo la nostra carrellata!

Delegated Proof-of-Stake

Iniziamo con un algoritmo di consenso dove il voto ha un ruolo centrale: il Delegated Proof-of-Stake.

Questo meccanismo permette ai partecipanti del network di delegare la creazione di nuovi blocchi a una terza parte, solitamente chiamata delegato o testimone (witness).

Gli utenti scelgono il validatore del prossimo blocco tramite una votazione. La forza di voto cresce all’aumentare delle coin possedute.

La procedura è a ciclo continuo e spinge i delegati ad agire in maniera onesta e precisa. In caso contrario, si procede con la sostituzione delle figure inadeguate.

Le chain DPoS sono scalabili e democratiche, indubbiamente due vantaggi di primo piano. Inoltre, anche la sicurezza è più che soddisfacente.

Di contro, i migliori validatori possono raggiungere alti livelli di reputazione con rapidità. Perciò, se alcuni aspetti ne traggono dei vantaggi, non si può dire lo stesso sul tema decentralizzazione: i network tendono infatti a mantenere un numero di validatori abbastanza contenuto.

Tra le blockchain che adottano il DPoS menzioniamo TRON, la creazione di Justin Sun in costante crescita dall’inizio del 2021.

Se stai cercando un exchange dove acquistare TRON (TRX), forse Bitpanda è il luogo che fa per te!

Delegated Proof-of-Stake

Pure Proof-of-Stake

Chi è appassionato di Algorand sarà felice: parliamo dell’algoritmo di consenso Pure Proof-of-Stake.

Il PPoS è probabilmente una delle realtà più democratiche in circolazione. Scopriamo il perché.

Chiunque può essere un validatore, basta possedere almeno 1 ALGO, la coin nativa della chain. Non esistono altri paletti, stake minimi o importanti investimenti da sostenere.

Però, il meccanismo non è totalmente aleatorio: maggiore è la quantità di ALGO in nostro possesso, superiori saranno le probabilità di validare un blocco.

Algorand è in grado di reggere a un elevato numero di attori malevoli: finché i 2/3 del totale in stake è in mani sicure, non vi è alcuna possibilità che i disonesti prendano il sopravvento.

Quindi, la soluzione Pure Proof-of-Stake rende il network scalabile, sicuro e democratico.

Tuttavia, il carattere aleatorio potrebbe non piacere a tutti. Su questo punto, esistono declinazioni del Proof-of-Stake che eliminano questo aspetto.

Pure Proof-of-Stake

Leased Proof-of-Stake

Eccoci a un’ulteriore declinazione del modello PoS.

Il Leased Proof-of-Stake (LPoS) è un algoritmo di consenso simile al Delegated Proof-of-Stake.

Fondamentalmente, gli utenti possono cedere “in affitto” i propri token a un nodo. Maggiori sono i fondi raccolti da quest’ultimo, superiore sarà la probabilità di generare il prossimo blocco della chain.

Grazie a questa struttura, anche gli utenti dotati di capitali irrisori possono inseguire una parte del guadagno. Si può quindi sostenere che il Leased Proof-of-Stake è un protocollo democratico e inclusivo.

A livello di performance, un network LPoS è decisamente rapido in quanto gli utenti sono invitati ad appoggiare i validatori più reattivi. In aggiunta, questi devono comportarsi nella maniera corretta, pena la perdita di fiducia (e di fondi) che ne conseguirebbe.

Il miglior esempio di questo algoritmo di consenso è Waves, nota per Vires Finance e Neutrino Protocol, “casa” della stablecoin Neutrino USD.

Leased Proof-of-Stake

Proof-of-Authority

Il Proof-of-Authority è un algoritmo di consenso che fa leva sulla reputazione di ogni singolo validatore.

Ciascun nodo richiede la verifica dell’identità del proprietario. Così facendo, si può assicurare un elevato grado di sicurezza delle transazioni.

Mentre in ambiente Proof-of-Stake si mette in gioco un certo capitale crypto, nel PoA è appunto la reputazione a essere coinvolta.
Nel caso un validatore si comportasse bene, lavorando correttamente, essa sarà preservata; al contrario, chiunque saprà il nome del responsabile, con tutte le conseguenze del caso.

L’algoritmo Proof-of-Authority è perfetto per quelle situazioni in cui sia necessario sfruttare la blockchain tra aziende e grandi compagnie.
Inversamente, il PoA non è il modello ideale per le masse: è centralizzato e non pensato per l’utenza comune.

Un grande vantaggio di questo algoritmo sta certamente nella personalizzazione: due o più aziende potrebbero sfruttare i vantaggi della blockchain in maniera ritagliata ai propri bisogni. In aggiunta, anche la privacy viene tutelata.

Di contro, questa tecnologia non è stata costruita per gli utenti comuni: centralizzazione e possibilità di censura sono infatti ben presenti. Il settore business trova invece un prodotto molto interessante.

Tra le realtà Proof-of-Authority, segnaliamo Microsoft Azure.
Trattasi di un ambiente dove aziende e collaboratori possono creare un proprio network, plasmandolo a seconda delle necessità. Interessante, non c’è dubbio.

Proof-of-Authority

Proof-of-Burn

Alla base dell’algoritmo di consenso Proof-of-Burn c’è un meccanismo simile a quello del Proof-of-Work: i validatori sono dei miners che ricevono ricompense a ogni blocco emesso.

Vi è però una grande differenza: nel PoB, anziché impiegare potenza di calcolo si bruciano delle criptovalute. In questo modo si dimostra reale interesse verso il network, esattamente come avviene nel PoW investendo cifre enormi in elettricità e hardware dedicati.

I validatori Proof-of-Burn non devono acquistare ASIC, schede video o potenti computer. Semplicemente, più crypto danno alle fiamme, maggiori saranno le probabilità di aggiudicarsi il blocco (nonché il relativo premio).

In base al network, le coin da bruciare variano. In alcuni casi si tratta di bitcoin; in altri, è la crypto nativa a essere distrutta. Può quindi crearsi una scarsità dell’asset in questione, a beneficio del suo valore.

Tra i vantaggi del Proof-of-Burn menzioniamo innanzitutto la sostenibilità energetica. La potenza di calcolo richiesta è irrisoria e il processo di mining è solo virtuale.

In aggiunta, come dicevamo poc’anzi, il burn della criptovaluta porta a una riduzione dell’offerta. I benefici potenziali in termini di valore sono innegabili, a patto ovviamente che ci sia della domanda.

Infine, anche la decentralizzazione può beneficiare di questo modello. Certo, non tutti potrebbero comunque farne parte: le coin da bruciare non sono poche!

Spostandoci sui contro, la velocità è un tallone d’Achille del Proof-of-Burn. Essendoci altre soluzioni più performanti, risulta difficile trovare una valida motivazione per scegliere questa architettura.

Importante anche il discorso legato all’energia.
Il PoB non richiede enormi quantità di elettricità. Però, nei casi in cui è bitcoin la crypto a dover essere bruciata, indirettamente il Proof-of-Burn necessita di ingenti risorse.

Questi pro e contro sono i più comuni. Potremmo comunque aggiungerne altri in base alle varie declinazioni esistenti di questo algoritmo.

Il PoB non è impiegato in larga scala e richiede ancora parecchi aggiustamenti.

Proof-of-Burn

Algoritmi di consenso: conclusioni

Affiancati a Proof-of-Work e Proof-of-Stake troviamo tanti altri algoritmi di consenso.

Alcuni sono interessanti ma non molto promettenti allo stato attuale, vedi il Proof-of-Burn.

Altri sono pensati per il business e operano già con discreto successo, come il Proof-of-Authority di Microsoft Azure.

Ancora, altri hanno invece numeri invidiabili e che li rendono importanti, pensiamo al Delegated Proof-of-Stake o al Pure Proof-of-Stake.

Per noi investitori, la conoscenza delle basi è fondamentale. Ora, grazie a questa infarinatura abbiamo qualche informazione aggiuntiva che ci consentirà di valutare in modo più completo un determinato progetto.

Vorresti integrare con dei video? Puoi partire con questo, interamente dedicato a mining e Proof-of-Work.

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