CLARITY Act: il nuovo ordine “crypto”, con i limiti di Trump

La legge che vuole dividere le competenze tra SEC e CFTC negli Usa è diventata un test sulla credibilità della regolamentazione delle criptovalute

CLARITY Act: il nuovo ordine “crypto”, con i limiti di Trump

La legge è prima di tutto un caso politico

Il CLARITY Act nasce per rispondere a una domanda che accompagna il settore crypto da oltre un decennio: un token è una security o una commodity? Il testo approvato alla Camera del Congresso Usa lo scorso luglio 2025 sembrava aver trovato un raro terreno bipartisan, ma il percorso al Senato ha trasformato una riforma della struttura di mercato in una corsa contro il tempo e in un referendum indiretto sui rapporti tra politica e industria crypto.

La Commissione bancaria del Senato ha fatto avanzare la propria versione il 14 maggio 2026, mentre lo scorso 22 luglio la senatrice Cynthia Lummis ha pubblicato una nuova bozza, costruita fondendo il lavoro delle commissioni Banking e Agriculture.

L’obiettivo dell’amministrazione Trump è di portare il provvedimento in Aula prima della pausa estiva, ma servono ancora i voti di un gruppo consistente di Democratici, e per questo si sta trattando per un compromesso.

Il nuovo confine tra SEC e CFTC

Il cuore del CLARITY Act è la separazione delle competenze. La CFTC otterrebbe una giurisdizione esclusiva sui mercati spot delle “digital commodity” quando le transazioni avvengono attraverso exchange, broker e dealer registrati. Alla SEC resterebbero invece la raccolta iniziale di capitale, i token che incorporano elementi tipici di strumenti finanziari e le azioni o obbligazioni trasferite su blockchain. Il testo chiarisce infatti che una security tokenizzata continua a essere una security, e che cambiare il “registro” su cui viene scambiata non cambia la natura economica dell’attività.

Per gli operatori, la riforma introdurrebbe obblighi più simili a quelli dei mercati tradizionali, con registrazione, sorveglianza degli scambi, requisiti patrimoniali, separazione dei fondi dei clienti, custodia qualificata, informative sui rischi e regole contro i conflitti di interesse. Parallelamente, protegge il possesso tramite wallet non custodial.

DeFi e stablecoin: il compromesso più delicato

La legge prova a distinguere software realmente autonomi da servizi che usano l’etichetta DeFi pur mantenendo un controllo centralizzato. Il criterio decisivo non è il nome del protocollo, ma la possibilità per una persona o un gruppo di modificarne il funzionamento. In questo senso, i protocolli considerati “non decentralizzati” potrebbero quindi ricadere negli obblighi previsti per gli intermediari.

L’approccio alle stablecoin, più che tecnico, è invece politico. La bozza vieta ai fornitori di servizi crypto di pagare interessi o rendimenti ai clienti statunitensi per il solo fatto di detenere un saldo in stablecoin. Restano però possibili ricompense legate a un’attività effettiva, come pagamenti, staking, fornitura di liquidità, governance o programmi fedeltà. È una linea sottile, pensata per limitare la fuga di depositi dagli istituti di credito senza eliminare completamente uno dei vantaggi competitivi delle piattaforme crypto.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale

Oltre alla classificazione dei token, la nuova legge prevede anche l’instaurazione di laboratori regolamentari dedicati all’intelligenza artificiale presso le istituzioni Usa.

Crypto, tokenizzazione e AI, in altre parole, non sono più trattate come industrie completamente separate, ma come componenti della trasformazione dell’infrastruttura di mercato.

Il CLARITY Act tenta di creare uno spazio regolamentato in cui software, asset digitali e automazione convergono ma, proprio per questo, le debolezze del testo non riguardano soltanto gli exchange.

La clausola Trump

Il passaggio più controverso non riguarda però la tecnologia. La nuova bozza vieta infatti a funzionari federali, presidente, vicepresidente, parlamentari, giudici e rispettivi coniugi di emettere o sponsorizzare un asset digitale in cambio di vantaggi economici.

La misura arriva dopo che le attività crypto legate a Donald Trump avrebbero generato $1,4 miliardi di guadagni per il presidente solo nel primo anno del secondo mandato. La clausola però non riguarda profitti già realizzati, non si estende in modo generale ai figli dei funzionari e affida l’enforcement al Dipartimento di Giustizia. Soprattutto, scade il 20 gennaio 2029, nello stesso momento in cui termina l’attuale mandato presidenziale.

Per i Democratici, insomma, la norma sembra costruita intorno a un singolo presidente, controllata da un’autorità che dipende dallo stesso esecutivo e destinata a sparire con la fine del suo mandato.

MiCA vs CLARITY Act: due visioni diverse

Il MiCA ha creato un quadro giuridico comune per l’Unione europea, è applicato dalle autorità nazionali ed è coordinato da ESMA. Definisce categorie di crypto-asset, disciplina emittenti e fornitori di servizi, e consente alle imprese autorizzate di operare nel mercato europeo attraverso il cosiddetto “passaporto”.

È un approccio molto rigido, che non piace a molti, ma che non presenta problemi di “frammentarietà” propri del modello americano. SEC e CFTC, per esempio, pur con competenze distribuite, avranno difficoltà ad operare su confini complessi.

Il MiCA offre maggiore prevedibilità in cambio di requisiti rigidi, mentre il CLARITY Act promette più spazio all’innovazione, ma dipende da anni di rulemaking, coordinamento tra regolatori e compromessi politici ancora instabili.

Le implicazioni per il mercato crypto

Per il settore crypto, l’approvazione del CLARITY Act sarebbe un passaggio strutturale, ma la legge non eliminerebbe il “rischio normativo”.

Il Congresso Usa sembra vicino a riconoscere definitivamente le crypto come parte legittima del sistema finanziario, ma allo stesso tempo non nasconde le difficoltà a separare la costruzione di quel sistema dagli interessi economici di chi governa.

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