Dazi e Trump: guerra commerciale in arrivo?

Di Gabriele Brambilla

I dazi applicati dagli Stati Uniti sui prodotti importati potrebbero dar vita a una guerra commerciale: cosa significa per i mercati?

Dazi e Trump: guerra commerciale in arrivo?

Introduzione al focus on

Durante la campagna elettorale, Donald Trump ha concentrato l’attenzione su alcune tematiche in particolare; tra queste, i dazi hanno occupato una posizione preminente nella narrativa.

Il novello presidente non sta di certo perdendo tempo e gli Stati Uniti stanno avviando una campagna di tariffazione su vari prodotti importati. Cosa significa per i mercati? Quali implicazioni possono ricadere sull’economia mondiale?

Entriamo nel mondo dei dazi commerciali e capiamo come questi strumenti possono dar vita a preoccupazioni e problemi tra imprenditori, investitori e, soprattutto, la gente comune. L’approfondimento è strutturato in maniera molto semplice:

  • Prima parleremo dei dazi, spiegandone le meccaniche e le implicazioni;
  • Ci sposteremo poi sulla situazione attuale;
  • Infine, tratteremo delle preoccupazioni dei mercati.

Cominciamo subito!

Questo approfondimento è apparso in esclusiva sulla nostra newsletter Whale Weekend del 14 febbraio 2025. Iscriviti subito per non perderti articoli e analisi esclusive: esce ogni venerdì!

Dazi e guerra commerciale

Il dazio è una misura che un Paese può decidere di applicare sui prodotti provenienti da uno o più Stati esteri. Esistono anche forme di dazio interno (ossia tra i confini nazionali), su cui non ci soffermereno.

Il dazio non è altro che una tariffa da aggiungere al dato bene o servizio. Ad esempio, un dazio del 10% sull’acciaio importato implicherà che questa materia prima avrà un 10% di tariffa extra sul suo prezzo.

Quando si utilizza questo strumento in maniera estesa, si entra nel mondo del protezionismo, esattamente quello che Donald Trump mira a raggiungere. Il presidente ha fatto della retorica America First il principale pilastro a sostegno della campagna elettorale, incontrando l’entusiasmo di decine di milioni di elettori. Nella mischia sono finiti i prodotti più disparati: dalle materie prime alle auto, dai microchip a cibo e bevande; l’idea centrale è “siamo americani e dobbiamo riportare la produzione nei nostri confini, senza dare i nostri soldi agli altri Paesi”.

In questa retorica ci sono diverse problematiche, una delle quali è che gli Stati Uniti sono un Paese con relazioni commerciali enormi in pressoché tutto il globo. Potremmo spingerci a sostenere che la globalizzazione sia per buona parte a stelle e strisce senza commettere un errore.

Inoltre, seppur con maggiori difficoltà rispetto un tempo, gli States sono ancora la superpotenza principale. Storicamente, chi occupa questa posizione non può pensare di isolarsi, è un modus operandi opposto a chi esercita il dominio su buona parte del pianeta.

Perciò, seppur Trump abbia incontrato ampia accoglienza sulla questione protezionismo, alla lunga la soluzione sembra difficilmente praticabile senza incorrere nei problemi che esploreremo in seguito. Primo tra tutti, giusto per dare un’anticipazione, è chi paga il dazio. Leggendo articoli della stampa locale e guardando diverse interviste effettuate sul luogo, sembra che una discreta percentuale dei cittadini non sappia che la tariffa, alla fine, la paga il consumatore. L’opinione tra queste persone è che il dazio sia una sorta di multa che il Paese straniero di turno paga agli States: niente di più sbagliato. Vediamo come funzionano i dazi con un esempio.

Immaginiamo che gli Stati Uniti vadano ad applicare un dazio del 25% sui prodotti enogastronomici europei. Ciò significa che tutti gli alimenti e le bevande prodotte in Unione Europea e importati negli USA subiranno questa tariffa. Ad accusare il colpo sarebbero due attori principali:

  1. I produttori europei, che vedrebbero una probabile contrazione della domanda proveniente dagli Stati Uniti. Pensando all’Italia sarebbe dura, perché il mercato americano è uno dei più interessati ai prodotti enogastronomici made in Italy;
  2. I consumatori americani stessi. Ebbene sì, il dazio finirebbe con il punire chi decidesse di comprare comunque i prodotti in questione. Il perché è semplice: l’importatore e il distributore si limitano a ricaricare il dazio sul prezzo che paga il compratore finale; o quantomeno ricaricano una buona percentuale della tariffa.

In un mondo perfetto, il punto due non verrebbe a manifestarsi: le aziende americane andrebbero a produrre delle alternative locali, colmando il gap. Solo gli stranieri ne uscirebbero danneggiati.

commercio internazionale

Tuttavia non funziona sempre così, anzi, nella maggior parte dei casi lo scenario è totalmente diverso. Nei nostri tempi ormai nulla è interamente nazionale; pensiamo a un’auto tedesca qualsiasi, supponiamo Volkswagen: seppur la produzione sia fatta in Germania, magari troveremo gomme francesi fabbricate in Malesia, componenti del motore italiane, microchip taiwanesi, lampade a led cinesi e software americani.

Pensiamo ora a uno scenario in cui la Germania dovesse applicare dazi a mezzo mondo; Volkswagen si ritroverebbe in seria difficoltà: da un lato, la filiera è quella, non si può modificare in poco tempo; dall’altro, dover scegliere tra non alzare i prezzi e guadagnare meno (margine inferiore) o ricaricare il costo sui clienti (margine identico), vendendo però meno e ottenendo il risultato di… guadagnare meno!

Prendiamo l’esempio appena fatto e applichiamolo a un’auto americana, a un computer, un elettrodomestico o un utensile di precisione: il risultato è identico.

Da quanto appena esposto arriviamo quindi a varie conclusioni:

  1. Non sempre i dazi sono cosa buona e giusta;
  2. I dazi ricadono spesso (anzi, quasi sempre) sulle spalle dei consumatori e delle imprese;
  3. Le tariffe possono portare a una contrazione dei consumi che innesca una spirale di peggioramento dei parametri economici;
  4. In tutto ciò, le filiere sono difficilmente rimpiazzabili nel breve periodo. Un conto è trovare un produttore di farina nazionale anziché estero, un altro è scovare svariati fornitori per altrettanto numerosi componenti.

Dazi americani e "rappresaglie"

Trump ha promesso diversi dazi, mettendo nel mirino soprattutto i vicini di casa (Canada e Messico), l’Unione Europea e la Cina. Questa non è una novità: già nel corso della prima presidenza, il Tycoon “se la prese” principalmente con questi Paese e aree.

Entrando nello specifico, i partner da cui gli States importano maggiormente sono Messico, Cina e Canada. Seguono Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Taiwan e i Paesi europei. Nel 2024, l’export italiano verso gli USA ha toccato i 76,4 miliardi di dollari.

Sin dalla fine degli anni Settanta, gli Stati Uniti hanno una bilancia commerciale in deficit crescente, ovvero che importano più beni rispetto a quelli che esportano. Invece, vi è un surplus in salita per quanto riguarda i servizi.

I Paesi con cui gli States sono maggiormente in deficit sono, non a caso, Cina, Messico e Vietnam. Per portare delle cifre, nel 2024 la disparità USA-Cina ammontava a 296 miliardi di dollari in favore del gigante asiatico. L’amministrazione Trump sta quindi cercando di ridurre questa differenza.

Canada e Messico hanno circa l’80% totale dell’export indirizzato proprio verso gli USA; delle tariffe contro questi Paesi sarebbero quindi un enorme problema. L’Europa vede numeri inferiori ma comunque importanti, come il 10% della Germania e il 7,1% della Francia.

tariffe Stati Uniti

Scendendo più in profondità, ecco le categorie merceologiche in cui gli Stati Uniti perdono più denaro (in grassetto i più significativi in termini di capitali):

  • Cina: elettronica, macchinari e apparati, giocattoli, altro;
  • Messico: macchinari e apparati, veicoli, elettronica, altro;
  • Canada: combustibili fossili, veicoli, macchinari e apparati (principalmente del settore dell’aviazione), altro;
  • UE: settore farmaceutico, macchinari e apparati, veicoli, altro.

Per ora, a far parlare è la tariffa del 25% applicata su acciaio e alluminio, ma possiamo aspettarci ulteriori novità.

Teniamo comunque conto di diversi fattori. Un esempio sono le esclusioni: nella precedente presidenza, Trump alla fine non applicò dazi contro i vicini di casa. Oppure, pensiamo anche alle società straniere che producono per il mercato americano direttamente nel Paese: in questo caso, nessun dazio è dovuto e il PIL a beneficiarne è quello a stelle e strisce (ma non il PNL).

In ogni caso, a ogni azione americana corrisponderà probabilmente una contromisura degli Stati bersagliati. Sappiamo che sarà così perché gli esponenti politici di svariati Paesi (tra cui Cina e Unione Europea) hanno già promesso rappresaglie di questo genere. Un atto naturale, ma che potrebbe avviare una spirale di dazi e contro-dazi, con risultato finale una vera e propria guerra commerciale. I risultati li abbiamo già descritti in precedenza: a risentirne sarà l’economia globale.

I mercati guardano con attenzione agli sviluppi, senza nascondere le preoccupazioni.

Il The Guardian ha pubblicato un articolo molto interessante e ricco di dati: lo puoi consultare a questo indirizzo.

Un mercato preoccupato

Alla luce di quanto abbiamo detto, il mercato è giustamente preoccupato.

Le aziende americane intrattengono rapporti di affari con tutto il mondo e, viceversa, il mondo fa costantemente business con l’America. I dazi fungono da barriere che impediscono agli affari (e al denaro) di fluire liberamente. E si sa: al denaro le briglie non piacciono.

Per adesso ci troviamo in una fase ancora embrionale, in cui la “furia delle tariffe” tanto annunciata deve ancora scatenarsi. I mercati sono però allerta, pronti a reagire di conseguenza alla minima avvisaglia.

In questo senso ci sono già dei segnali da tenere in considerazione, primo fra tutti l’oro, il cui prezzo è ai massimi storici. Le tensioni commerciali stanno spingendo i capitali verso il bene rifugio più famoso e affidabile, a testimonianza di una preoccupazione crescente.

Un altro segnale è dato da dei recenti studi universitari riguardo la fiducia dei consumatori negli States, che risulta in calo da due mesi consecutivi. Questo risultato è in parte attribuibile allo spauracchio dell’inflazione, tornato a farsi vedere; però, di certo anche le politiche protezioniste avranno avuto un certo peso nel determinare le risposte dei diretti interessati.

Ad aggiungersi ai timori ci mettiamo anche che tra non molto entreremo nella stagione delle trimestrali. Insomma, il mercato avrebbe già diverse cose a cui pensare e farebbe volentieri a meno di includere i dazi nell’elenco.

Conclusioni

Per ora possiamo solo restare a guardare e prepare un piano di azione se le cose dovessero complicarsi. Questa considerazione è fondamentale: non aspettiamo che la spirale di eventi si inneschi: attrezziamoci per tempo nel caso ciò dovesse accadere.

Cosa significa? Valutiamo gli asset che deteniamo e consideriamo quali potremmo scaricare se necessario. Analizziamo anche quali potremmo acquistare per migliorare l’efficacia del portafoglio e pensiamo anche a delle strategie di copertura (se l’esperienza maturata è sufficiente).

Obiettivo finale: tutelare il capitale.


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