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Tesla, Google, Apple in ROSSO: il punto
Di Gabriele Brambilla
Le big dei mercati americani lasciano per strada diversi punti percentuali: inizio di settimana difficile!

Borse in rosso: giù le big
Giornataccia anche per i mercati finanziari. Le borse statunitensi aprono male, trascinate in basso da alcuni dei titoli più importanti a livello di capitalizzazione: Google, Apple, Tesla… pochi si salvano dal provvisorio rosso di queste piazze.
Andiamo con ordine e vediamo in poche righe l’andamento di alcune delle stock più influenti, dando uno sguardo (al momento della scrittura) a quanto valore lasciano sul terreno.
Tesla crolla e conferma il periodaccio
Tesla è una delle società più in difficoltà tra le big, che paga dazio per diversi motivi, ma in buona parte a causa di Elon Musk. Lo dicevamo già nell’articolo dedicato alle azioni Tesla: l’imprevedibilità del founder ed ex CEO è un’arma a doppio taglio per queste stock e per l’azienda in generale.
Al momento della scrittura, il titolo perde circa il 10%, scambiato a 236 dollari per esemplare. Pensare che a dicembre 2024 ci trovavamo vicino ai 500 dollari.
L’emorragia sembra non volersi fermare. Alcuni investitori potrebbero trovare interessante la situazione e tentare un ingresso altamente speculativo, ma noi non abbiamo dubbi: intorno a Tesla c’è davvero troppa confusione, meglio stare alla larga.
Apple: che candelone rosso!
Anche Apple sta vivendo un 2025 all’insegna delle perdite, anche se si tratta di una magnitudo decisamente inferiore rispetto a quanto visto per Tesla: da circa 260$ ad azione di fine dicembre agli attuali 227. Questa è un po’ la tendenza di tante stock cresciute a dismisura fino alla fine dell’anno scorso.
Le azioni Apple perdono il 5% in questa prima parte del lunedì americano, condividendo le preoccupazioni relative alla recessione, tornata a spaventare investitori e addetti ai lavori.
Nel complesso, Apple resta una società enorme, solida e con un mercato fedele e vivace. Tuttavia, essa non è immune dal contesto economico e potrebbe continuare a vedere il proprio valore ridimensionarsi dopo la grandissima corsa ai massimi.
Attenzione alla zona in cui stiamo per entrare: tra i 224 e i 226 si chiuderebbe il gap creatosi alla fine di febbraio. L’area potrebbe fungere da valido supporto, ma dovremo valutare gli equilibri di forza tra domanda e offerta.
Anche GOOGL è in perdita
Alphabet, ossia GOOGL, è anch’essa in perdita del 4,7%. Insomma, neppure questo colosso sfugge alle preoccupazioni dei mercati, nate soprattutto a causa dell’implementazione delle tariffe da parte dell’amministrazione Trump.
Lo stesso presidente, rispondendo a Fox News, ha detto che potrebbe esserci davanti un periodo di transizione per i mercati, senza però manifestare particolari preoccupazioni. Gli investitori però la pensano diversamente.
Google non reagisce bene alla notizia e torna a dei livelli di prezzo che non vedeva da novembre 2024. E dire che nelle ultime sessioni il titolo aveva provato a rilanciarsi, anche se i volumi stavano progressivamente diminuendo.
A questo punto, attenzione ai vari livelli di supporto che si collocano al di sotto dei valori attuali. Per adesso, i 164 dollari hanno risposto bene, mostrando una discreta domanda capace di assorbire parte dell’offerta, generando una discreta lower shadow. Staremo a vedere come proseguirà la giornata.
Altre "cattive della classe"
Anche Meta perde un valore prossimo al 5%, in discesa continua da metà febbraio a oggi (740 dollari contro 596 per azione).
Meglio Microsoft, ma comunque in territorio negativo (-3%, 381$ di valore per stock).
3% in rosso anche per Amazon, che dai 242 dollari di inizio febbraio è oggi al di sotto dei 195.
C’è però anche chi guadagna. Crescono titoli protezionistici come Coca-Cola, Procter & Gamble e Johnson & Johnson. Si difende anche IBM: +1% al momento della scrittura, ottimo se pensiamo al settore in cui opera la società.
Tutto è in divenire e quanto appena scritto potrebbe cambiare all’improvviso. Raccomandiamo prudenza a muoversi sui mercati in questa fase delicata.
I grafici inclusi nell’articolo provengono tutti da TradingView.