Bitcoin è davvero incensurabile? Il test della realtà
Uno studio analizza oltre 10 anni di dati sulla rete Bitcoin: la rete è davvero incensurabile? Come reagisce nelle fasi di stress?
Indice
Introduzione al focus on di oggi
Bitcoin viene spesso descritto come incensurabile, resistente e impossibile da fermare. Una rete globale che può continuare a funzionare anche in condizioni estreme, senza intermediari e senza controllo centrale.
Ma quanto è davvero così? Un recente studio, pubblicato su arXiv da ricercatori del Cambridge Centre for Alternative Finance, prova a rispondere partendo dai dati. Analisti e ricercatori analizzano oltre dieci anni di attività della rete Bitcoin per capire come reagisce quando l’infrastruttura su cui si appoggia inizia a mostrare dei limiti.
Non si tratta solo di teoria, ma di eventi reali: guasti, interruzioni e problemi legati alla connettività globale. Il punto centrale è semplice: Bitcoin è decentralizzato, ma non vive isolato. Dipende da Internet e da un’infrastruttura che non controlla.
I risultati confermano la solidità del network in molti scenari, ma allo stesso tempo aprono nuove domande. Più che una risposta definitiva, lo studio offre una base utile per rileggere il tema con maggiore attenzione.
Cosa analizza lo studio
“Bitcoin Under Stress: Measuring Infrastructure Resilience 2014–2025“ è il titolo dello studio pubblicato su arXiv da ricercatori legati al Cambridge Centre for Alternative Finance.
Il lavoro prova a rispondere a una domanda semplice ma centrale: quanto è davvero resiliente la rete Bitcoin quando a entrare in difficoltà non è il protocollo, ma l’infrastruttura che lo sostiene.
Per farlo, i ricercatori analizzano oltre undici anni di dati e li combinano con eventi reali che hanno colpito la connettività globale. Nel lavoro rientrano guasti ai cavi sottomarini, interruzioni della rete e problemi che hanno coinvolto intere aree geografiche, spesso senza preavviso. A questi dati si aggiungono simulazioni che permettono di testare scenari più estremi, difficili da osservare nella realtà ma utili per capire i limiti del sistema.
Tutti questi elementi vengono poi messi in relazione con la distribuzione dei nodi Bitcoin, così da osservare quanto il network riesca a restare operativo quando alcune connessioni vengono meno.
Il punto, però, è importante: non si tratta di dimostrare che Bitcoin possa smettere di funzionare, ma di capire come si comporta quando il contesto esterno inizia a deteriorarsi. Ed è proprio questo cambio di prospettiva a rendere lo studio interessante.
Bitcoin regge (guasti casuali)
“Bitcoin mostra un’elevata resilienza agli shock casuali della rete”. È uno dei passaggi più chiari dello studio e aiuta a mettere subito un punto fermo.
Nella maggior parte dei casi analizzati, infatti, la rete continua a funzionare senza particolari problemi anche quando l’infrastruttura subisce interruzioni non coordinate.
Nella ricerca viene osservato di come, guasti distribuiti come problemi ai cavi o interruzioni localizzate della connettività, hanno un impatto limitato sulla capacità del network di restare operativo. Questo perché i nodi sono distribuiti su scala globale e possono continuare a comunicare anche quando alcune connessioni vengono meno.
Nel dettaglio, aiutandoci con l’immagine in seguito, vediamo una distribuzione su diversi client e su diversi provider, con un conteggio di nodi raggiungibili che supera le 22.000 unità.

In altre parole, Bitcoin è progettato proprio per funzionare in condizioni non ideali, e nella pratica sembra riuscirci piuttosto bene. Possiamo dire, Satoshi Nakamoto ha fatto proprio un ottimo lavoro.
Questo risultato conferma la narrativa che accompagna Bitcoin fin dalla sua nascita: una rete resiliente, capace di adattarsi e continuare a operare anche in presenza di problemi diffusi. Allo stesso tempo, però, è importante contestualizzare questo dato.
L’analisi riguarda soprattutto eventi casuali, non coordinati, che difficilmente colpiscono punti specifici del sistema. Ed è proprio questa distinzione a diventare rilevante quando si passa a scenari più mirati.
Attacchi mirati
Il discorso cambia quando si passa dagli eventi casuali agli attacchi mirati. Qui lo studio mostra uno scenario più delicato, ma è importante metterlo nelle giuste proporzioni.
Non basta colpire “qualche nodo” per creare problemi seri: la rete Bitcoin conta migliaia di nodi distribuiti a livello globale, e una parte significativa non è nemmeno direttamente raggiungibile. Detto questo, esistono punti di concentrazione. Una quota rilevante dei nodi si appoggia a provider cloud e data center, e in alcuni casi bastano poche decine di infrastrutture per influenzare una porzione più ampia della rete.
In scenari simulati, la rimozione mirata di nodi o connessioni può ridurre la connettività e portare a frammentazioni temporanee, soprattutto se si colpiscono aree geografiche o provider specifici. Ma quanto incide davvero? Nella pratica, Bitcoin continua a funzionare.
Gli effetti sono graduali: maggiore latenza, propagazione meno efficiente e una rete meno sincronizzata. Nel complesso, la rete resta immutabile. Problemi di sincronizzazione dei nodi possono portare ad un delay, ma la produzione dei blocchi continua.
Il tema diventa più interessante se si guarda al mining. Qui la distribuzione è molto meno capillare rispetto ai nodi, con. Colpire queste entità non significa fermare Bitcoin, ma potrebbe incidere sul ritmo di produzione dei blocchi o sulla sicurezza percepita nel breve periodo.
In foto, infatti, vediamo una netta concentrazione dell’hash rate verso pool quali Foundry USA e Antpool, con una quota di mercato che supera il 50%.

Detto questo, anche in questo caso servono risorse, coordinazione e capacità operative elevate. Non sono scenari semplici da realizzare né sostenere nel tempo. Un attacco mirato ad una o più mining pool, infatti, comporta una concentrazione di risorse non indifferente. Alcune stime, infatti, ipotizzano costi nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari per ogni ora di un attacco concentrato (nell’esempio dell’attacco al 51%).
Ed è qui che serve equilibrio: lo studio apre una riflessione interessante, ma non dimostra che Bitcoin sia facilmente attaccabile nel mondo reale.
Infrastruttura e provider
Qui arrivano i dati più interessanti dello studio, quelli che permettono di andare oltre la narrativa. I ricercatori introducono una metrica chiave, la cosiddetta soglia critica di fallimento (pc), cioè il punto in cui una parte significativa della rete inizia a disconnettersi.
Nel caso di guasti casuali, questa soglia si colloca tra 0,72 e 0,92. Tradotto: deve venire meno la grande maggioranza delle connessioni tra Paesi prima che la rete mostri segni evidenti di frammentazione. È un risultato che conferma una forte resilienza strutturale.
Il quadro cambia però in modo netto quando si passa agli attacchi mirati. Qui i numeri parlano chiaro:
- 0,45 → se si colpiscono i cavi più “connessi” (high-degree)
- 0,20 → se si prendono di mira i cavi più critici (high-betweenness)
- 0,05 → se l’attacco si sposta sul layer di routing, colpendo i principali ASN (provider come Hetzner, OVH, Amazon, Google Cloud)
La differenza è evidente: gli attacchi mirati sono fino a un ordine di grandezza più efficaci rispetto ai guasti casuali.
Allo stesso tempo, la validazione empirica ridimensiona il rischio nel mondo reale. Su 68 eventi verificati di guasti ai cavi, l’87% ha avuto un impatto inferiore al 5% sui nodi osservati, con effetti globali spesso trascurabili.
In sintesi, Bitcoin si dimostra estremamente robusto nel caos distribuito, ma molto più sensibile quando il bersaglio viene scelto con precisione. Ed è proprio questa distinzione a fare la differenza tra teoria e realtà sebbene, in questo contesto, parliamo esclusivamente di simulazioni.
Tor e limiti dello studio
Un altro punto interessante riguarda il ruolo di Tor, spesso visto come un possibile elemento di fragilità per la rete Bitcoin. Secondo lo studio, però, il quadro è più complesso. Nel 2025 circa il 64% dei nodi osservati utilizza Tor, rendendo di fatto invisibile la loro posizione fisica e introducendo un problema di osservabilità nei dati.
Per gestire questo limite, i ricercatori costruiscono un modello a più livelli che include anche l’infrastruttura dei relay Tor. Il punto interessante è che Tor, invece di creare fragilità, sembra aumentare la resilienza della rete. Il motivo è semplice: i relay Tor si trovano soprattutto in Paesi con Internet molto stabile, che restano connessi anche quando altre aree vanno offline
Detto questo, è proprio qui che serve maggiore cautela. Gran parte dei nodi non è osservabile direttamente e il modello si basa su assunzioni sulla loro distribuzione geografica. In scenari estremi, ad esempio concentrando artificialmente i nodi Tor in aree poco connesse, la resilienza può ridursi drasticamente.
Inoltre, lo studio si basa su simulazioni e su un sottoinsieme osservabile della rete, che rappresenta circa il 40% dei nodi totali. Questo non invalida i risultati, ma impone di leggerli per quello che sono: una buona approssimazione, non una fotografia perfetta della realtà.
Conclusioni
Per arrivare verso una conclusione, Bitcoin si conferma una rete estremamente resiliente, soprattutto quando si tratta di gestire eventi casuali e non coordinati. I dati lo mostrano chiaramente: serve un deterioramento massiccio dell’infrastruttura prima di osservare effetti significativi sulla rete.
Allo stesso tempo, però, il quadro cambia quando si passa a scenari più mirati. Qui la resilienza non scompare, ma si ridimensiona. Non tutto è distribuito allo stesso modo e alcune componenti pesano più di altre, soprattutto quando si guarda all’infrastruttura reale.
Niente allarmismi, però. Si tratta di un’analisi teorica, basata su possibili worst case scenario per il network delle criptovaluta più grande sul mercato. Incensurabile non significa invulnerabile anche se, a conti fatti, le vulnerabilità del network sono in parte controllabili.
La realtà, come spesso accade, sta nel mezzo: Bitcoin è una delle infrastrutture più robuste mai costruite, ma resta legata a un sistema fisico dal quale ne è dipendente.
Capirne i “potenziali” limiti non indebolisce la rete, ma permette di leggerla per quello che è davvero, teorizzando alcuni dei punti critici che si potrebbero riscontrare in futuro.