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Le crypto sono morte. Lunga vita alle crypto

C’è aria di cambiamento nel mondo crypto. La vicenda Terra ha rimesso in discussione tutto il settore, e per capire da cosa ripartire urge uno sguardo al percorso fatto finora

Le crypto sono morte. Lunga vita alle crypto

La fine di un’era?

Il mercato crypto ha visto negli ultimi tempi un susseguirsi di giornate negative. Non solo per quanto riguarda il sell-off di massa, ma anche per una serie di circostanze che rischiano di compromettere ciò che di buono si era costruito. 

Si intende un periodo che va da un paio d’anni a questa parte, con una “bull run” che non solo ha portato alla ribalta Bitcoin in tutto il mondo per mole di investitori, ma anche una miriade di progetti e casi di applicazione che hanno coinvolto una quantità di persone mai vista prima. Si potrebbe pensare agli NFT e al mondo del gaming, passando per il metaverso, fino allo sviluppo più innovativo della DeFi. Ed è solo la superficie. 

Parlarne in questi termini, oggi, sembra quasi descrivere un passato lontano, ma è forse proprio questo elemento ad essere decisivo per comprendere come tutto il settore possa cambiare da un momento all’altro, forte di una pulsione innovativa che raramente si può trovare in altri ambiti. In negativo, come successo recentemente, ma anche in positivo, come ha saputo sempre dimostrare. 

Perché è proprio questo il punto da mettere a fuoco, e da non scordarsi o fingere di ignorare quando le cose sembrano andare a rotoli. Una continua metamorfosi porta al costituirsi di una giostra di emozioni, che spesso getta fumo sul valore intrinseco di ciò che è stato realizzato. Ma come diceva un vecchio scrittore, “i fatti sono duri a morire”, e se si riconosce ciò che di concreto il settore ha saputo mostrare in questi anni, allora c’è da scommettere che il futuro abbia in serbo ancora parecchie novità.

Ma per fare ciò occorre fare un attimo mente locale. Cos’è successo in questi giorni? E come ha influito nel percorso di sviluppo dell’industria crypto? Tenteremo di mettere a fuoco tutto il contesto, specifico e collaterale, per fare un bilancio e per guardare al futuro con nuove prospettive. 

I: La fine di TerraUSD

Partiamo dalla fine. L’implosione di TerraUSD (UST) è stata una bomba atomica. Nel suo piccolo, come la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la Rivoluzione francese o la crisi del ’29: nulla sarà più come prima. 

Della vicenda ne abbiamo parlato già approfonditamente, ma per non perdere il filo del discorso basti un breve riassunto. La stablecoin UST ha perso all’inizio della scorsa settimana il suo peg, ovvero il suo ancoraggio al dollaro. LUNA, la criptovaluta dell’ecosistema Terra legata a doppio filo con UST è passata da un valore di 119 dollari dello scorso aprile a uno che rasenta lo zero in questi giorni. 

Le perdite, ovviamente, non sono state circostanziate, ma hanno coinvolto l’intero settore. Bitcoin ha toccato un minimo di 25mila dollari, eguagliando i livelli di dicembre 2020, e rispetto all’ATH storico di 69mila dollari la distanza è siderale. Ethereum, da parte sua, è sceso sotto i 2mila dollari. 

In più, il “Terragate” ha riaperto il dibattito intorno al concetto stesso di stablecoin, anche nelle sue versioni più tradizionali. I critici dell’ecosistema Terra, sbucati tutti insieme dopo il fattaccio al grido del “te l’avevo detto”, hanno constatato l’imperfezione del meccanismo alla base di UST, e a nulla sono bastati i tentativi della Luna Foundation Guard (LFG) per salvare la stablecoin, spostando le proprie riserve di Bitcoin per salvare l’ancoraggio al dollaro. Ma le preoccupazioni hanno interessato anche Tether (USDT), che ha anch’esso perso il peg per un breve periodo di tempo, toccando i 0,97 dollari. 

II: Il problema delle stablecoin

Le stablecoin sono il grande elefante nella stanza. Quantomeno per una grande parte di investitori. Potrebbe sembrare come sputare nel piatto in cui si è sempre mangiato, ma il crollo di UST ha aperto uno squarcio nel dibattito, e può essere utile per una volta guardare al tema da un lato più scettico. 

Questa tecnologia è nata principalmente per andare incontro al bisogno naturale degli investitori di trovare un mezzo per tutelare i propri asset crypto dal problema rappresentato dalla loro volatilità. Di certo, un metodo più veloce (e molto più comodo per mille motivi) rispetto allo scambio con una valuta fiat tradizionale. 

Una criptovaluta ancorata al dollaro implica che questa sia completamente supportata da un asset corrispettivo, come contanti e obbligazioni (è il caso di USDC). Ma il segreto di Pulcinella è che generalmente non è affatto così. Lo si è scoperto sulla propria pelle con UST, a suo modo differente nel suo design e nel suo modo di funzionare in quanto stablecoin algoritmica, ma anche con Tether, che rimane la più importante a fronte dei suoi 80 miliardi di dollari di capitalizzazione. 

Il punto è che se ci sono in circolazione 80 miliardi di USDT, sostenere l’asset con uno dello stesso valore ma non-crypto risulta essere particolarmente costoso. E infatti non è così, visto che Tether stessa sostiene che il suo collaterale consiste principalmente in prestiti commerciali a breve termine, senza però (tra l’altro) aver mai svelato a chi sono stati effettivamente concessi. 

La questione non è di poco conto, e chi lo sa bene sono gli enti regolatori in tutto il mondo. Tether, o quantomeno ciò che ci sta sotto, è ormai una realtà talmente grande da poter risultare non solo una minaccia per il settore crypto, ma per l’economia reale stessa. A dirlo è Janet Yellen, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ma anche l’Unione europea e la Cina, sullo sfondo di discussioni che vedono emergere il progetto delle Central bank digital currency (CBDC). 

Creando un ulteriore problema per il settore crypto, ovvero la minaccia che il settore venga un giorno privato della sua qualità principale, ovvero la decentralizzazione. Coniugare queste esigenze era il proposito di TerraUSD, la quale però ha fallito miseramente di fronte a condizioni di mercato che hanno fatto perdere confidenza nei suoi confronti, innescando una “corsa agli sportelli” che ne ha causato il collasso. 

III: L’inflazione

Se non bastasse, anche allargando l’orizzonte dell’analisi risulta difficile ritrovare i punti di riferimento che fino ad oggi avevano dato modo di approcciarsi al settore con criterio. Uno su tutti, la correlazione tra l’andamento del mercato crypto con quello del mercato azionario. Bitcoin, considerato da molti come la nuova versione digitale dell’oro, sembrava dare l’impressione di essere un potenziale investimento di copertura dall’inflazione, ma l’andamento dei mercati crypto non sembra confermare questi asset come possibili riserve di valore affidabili. Soprattutto in periodi di incertezza. 

L’oro, al contrario, ha sempre avuto una correlazione inversa rispetto all’andamento dei prezzi del mercato azionario, e continua tutt’ora. Se lo S&P 500, da inizio 2022, è sceso del 16% circa, il prezzo dell’oro è aumentato del 3% (anche se ultimamente registra anch’esso un trend al ribasso). 

Tutto ciò non è certo da dare per scontato, visto che proprio sul tema dell’inflazione si sta giocando una partita fondamentale per il futuro delle economie occidentali. È proprio l’inflazione e il suo timore, in questo senso, ad aver guidato la pressione di vendita sul mercato azionario negli ultimi mesi, che a sua volta non è stato certo aiutato dalle politiche aggressive della Federal Reserve System (FED), intervenuta per limitare la persistenza elevata del deprezzamento dei beni. Negli Stati Uniti, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) è aumentato dell’8,3% ad aprile rispetto a un anno fa, e risulta essere la lettura del fenomeno inflazionistico più alta dal 1981. In Italia il dato risulta essere del 6,4% (dati Istat). 

Giusto all’inizio di maggio, invece, la FED ha alzato i tassi di interesse di 50 punti base portando il costo del denaro in una forchetta fra lo 0,75% e l’1% dal precedente 0,25-0,50%. E Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha dichiarato che saranno discusse in future riunioni del Federal Open Market Committee (FOMC) ulteriori aumenti. Ciò comporterà, in parallelo, anche la riduzione del bilancio stesso della FED, ovvero i titoli del Tesoro, che consistono in titoli di debito di agenzia e garantiti da ipoteca, a partire dal 1° giugno, per un totale iniziale pari a 47,5 miliardi di dollari, destinato a crescere nei mesi successivi fino ai 95 miliardi. 

Inflazione, aumento dei tassi di interesse e guerra in Ucraina (come se non bastasse) sono quindi la causa principale di un mercato ormai privo (in questo momento storico) di punti di riferimento. E gli investitori, di conseguenza, non sembrano trovare un riparo rilevante. Di certo non l’hanno trovato nel mercato crypto. 

IV: Il ruolo di Bitcoin oggi

A prescindere dal loro valore intrinseco, sulle criptovalute pesa gravemente il loro storico di estrema volatilità, e sebbene i primi investitori abbiano fatto fortuna puntando su asset come Bitcoin o Ethereum, questi non sembrano conservare la stessa attrattiva in tempo di forte incertezza. 

Dopotutto, Bitcoin ha sempre registrato momenti di profondo buio (nel 2018 ha segnato un crollo dell’80%), e ciò rimane un elemento non trascurabile. Checchè se ne dica, il fatto che Bitcoin non sia legato a risorse fisiche, non sia correlato a una proprietà intellettuale e non generi flussi di cassa né paghi dividendi rende difficile, sempre dal punto di vista della vecchia scuola di investitori, il valutarne il valore fondamentale. E l’essere esclusivamente legato alla domanda e all’offerta mostra tutti i suoi punti deboli. 

Le recenti dichiarazioni di Warren Buffett, ceo di Berkshire Hathaway, sono sintomatiche, e di certo non aiutano. “Se aumenterà o diminuirà (Bitcoin cfr.) nel prossimo anno o tra cinque anni o anche dieci, non lo so”, ha dichiarato Buffett, durante l’incontro annuale degli investitori di Berkshire. “Ma una cosa di cui sono sicuro è che non si moltiplica, non produce nulla”.

Insomma, non certo un endorsement, ma ad ogni modo, a prescindere dalle opinioni, il fatto è che se anche tutto il mercato vedesse una diminuzione radicale della volatilità, la recente azione dei prezzi preannuncia una corsa quantomeno accidentata per gli investitori a breve termine. 

La parola d’ordine, in questi casi, rimane “cautela”, soprattutto per chi fosse tentato dal classico “buy the dip”. Quando i prezzi degli asset diminuiscono rapidamente (e questo è il caso), le criptovalute possono indurre a considerare determinate operazioni l’affare del secolo. In molti casi funziona, ma c’è anche una vecchia regola della finanza che invita a diffidare di certi scenari: “Mai afferrare un coltello che cade”. Perché generalmente ci si fa male.

Lo sa bene, per esempio, Nayib Bukele, presidente di El Salvador. Ed è l’immagine perfetta che descrive lo status di Bitcoin e delle criptovalute al giorno d’oggi. Da un lato il primo stato ad aver azzardato la sperimentazione di BTC come valuta nazionale, creando un precedente fondamentale tra i casi di applicazione della criptovaluta, dall’altro un paese che si ritrova a un passo dal default, con un obbligazione da 800 milioni di dollari in scadenza a gennaio e un “Bitcoin Bond” che tarda a sbarcare sul mercato proprio a causa del momento poco idoneo.

Uno scenario, tra l’altro, in cui si spera possa evitare di trovarsi la città di Lugano, che il prossimo ottobre avvierà il progetto “Lugano’s Plan B”, un piano di implementazione delle tecnologie blockchain (Bitcoin in primis) in tutti i comparti cittadini.

Vogliamo poi parlare della difficile relazione tra Bitcoin e la sostenibilità? Il meccanismo di consenso proof-of-work (PoW) è stato oggetto del dibattito per tutto il 2021. Scoppiata giusto un anno fa, a seguito delle dichiarazioni di Elon Musk, quando annunciò che non avrebbe più accettato la criptovaluta per l’acquisto dei suoi veicoli Tesla, la discussione è giunta fino alle stanze dell’Unione europea, dove ancora oggi si continua a trattare sulla fattibilità del PoW, considerato poco sostenibile da un punto di vista ambientale. 

V: Da cosa ripartire

Per chi è riuscito a leggere fino a qui, grazie, ma non si è ancora finito con le critiche. La sensazione è che si sia arrivati a un punto in cui, in fondo, a pochi interessa seriamente del valore effettivo delle criptovalute. Si sente parlare di “breve termine” e “fomo”, e sempre meno spesso di decentralizzazione, sicurezza, privacy o innovazione. 

Le stablecoin, con tutti i loro problemi annessi, stanno contagiando con il loro fascino sempre più blockchain; molti progetti DeFi adottano sempre più frequentemente regolamentazioni che minano lo scopo originale di prescindere da intermediari; le tokenomics dei progetti play-to-earn non funzionano; gli NFT sono in pratica delle altcoin che speculano su un’idea di community malsana; le DAO hanno ormai la funzione di puro slogan, e nessuno ha reale interesse a parteciparvi; i token di governance sono in gran parte inutili. 

Ma non tutto è perduto. Anzi, è forse proprio dalla presa di coscienza delle situazione in cui ci si ritrova che si può pensare di guardare al futuro con speranza. 

Tanto per cominciare, l’infrastruttura del Web3 è in continua espansione, e ispirerà certamente nuove direzioni di sviluppo. Partendo forse dalla Zero-Knowledge Proof, ovvero la tecnologia che utilizza algoritmi crittografici in modo che vari soggetti possano verificare la veridicità di un’informazione senza condividere i dati che la compongono. Magari venendo implementata in tutti quei settori che recono l’industria, come la decentralizzazione, la privacy e l’affidabilità di un protocollo. 

Ma a prescindere da questo aspetto, forse troppo tecnico, ci sono anche degli elementi empirici (potremmo dire). 

Se c’è una cosa che Bitcoin ha saputo dimostrare, nel corso della sua esistenza, è che ha superato sempre le sue narrazioni speculative, continuando a prosperare nel corso degli anni. La stessa partnership con El Salvador, per quanto da approfondire, ha cementato la sua legittimità e ne ha rafforzato i casi d’uso. 

Ma si potrebbe citare molto più semplicemente l’attività di Visa, che collabora con gli exchange per offrire carte di debito che consentono ai consumatori di effettuare acquisti utilizzando il proprio account crypto. Una circostanza che ha portato sì al sacrificio dei principi della decentralizzazione, ma ha anche favorito la crescita delle transazioni, in funzione di una continua adozione dell’asset crypto come mezzo di pagamento. Solo con Coinbase, per dire, Visa ha fatto registrare circa 2,5 miliardi di dollari in transazioni nel primo trimestre 2022, con un volume in crescita. E questo, nonostante la significativa volatilità degli asset. 

In più, una chiara regolamentazione potrebbe accelerare questo processo. Per esempio, con il calare delle resistenze del settore bancario, che in molti casi ha comunque espresso il desiderio di soddisfare la domanda dei consumatori di servizi crypto. In ogni caso, è certo che gli sviluppi normativi nei prossimi anni determineranno i tassi di adozione della criptovaluta come forma di pagamento.

Con una sfida da superare, ovvero che l’infrastruttura decentralizzata delle criptovalute è difficile da integrare con i casi d’uso del mondo reale. Ma man mano che le applicazioni su blockchain affidabili prolifereranno, si osserverà da vicino lo sviluppo in termini di “quotidianità”. 

Non bisogna scordarsi, infine, dell’apporto fondamentale del Lightning Network, protocollo di pagamento “layer 2” che consente agli utenti di effettuare transazioni all’istante e che, dato il suo livello di sviluppo e liquidità, è ormai da considerarsi come rete effettivamente utilizzabile su larga scala.

Le potenzialità dell’adozione del Lightning Network riguardano pagamenti e investimenti, utilizzando le crypto al posto della valuta fiat. Anche perché, recentemente, la società di pagamenti Strike ha annunciato una partnership con il “point-of-sales supplier” NCR e Blackhawk Network. In altre parole, il fatto che presto un gran numero di negozi e ristoranti statunitensi sarà in grado di accettare Bitcoin come metodo di pagamento, visto che il sistema di pagamento pianificato di Strike utilizza la Lightning Network per elaborare le transazioni.


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