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NFT e proprietà intellettuale: come funziona

Se da un lato il possessore di un NFT può monetizzare il suo bene digitale, dall’altro il suo creator può definirne i limiti all’utilizzo, delineati dalle leggi sulla proprietà intellettuale. Ma come?

NFT e proprietà intellettuale: come funziona

Cosa si possiede (effettivamente) di un NFT

Gli NFT hanno guadagnato un’incredibile popolarità negli ultimi anni, soprattutto con progetti come CryptoPunks e Bored Ape Yacht Club, e in generale con il rinnovato interesse per l’arte generativa.

E sebbene la frenesia nei confronti si sia raffreddata, i creator continuano a rafforzare il valore di questi beni digitali, anche al di là del commercio speculativo, e con un’ampia possibilità di commercializzazione dei prodotti.

Tuttavia, non tutti i progetti NFT consentono ai rispettivi proprietari di monetizzare l’opera d’arte sottostante, visto che i creator possono delineare i termini e le condizioni rispetto alle quali questa può e non può essere utilizzata. Vien da sé, quindi, che i i titolari di NFT devono seguire determinate regole prestabilite delineate dalle leggi sulla proprietà intellettuale, ma come funzionano?

La proprietà intellettuale e gli NFT

L’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale definisce, per l’appunto, la proprietà intellettuale come l’insieme delle leggi che impediscono a terzi di trarre profitto o prendere indebitamente credito per qualcosa che non non si è creato, ovvero creazioni della mente, come invenzioni, opere letterarie e artistiche, disegni e simboli e immagini utilizzate nel commercio.

La proprietà intellettuale può quindi essere declinata in brevetto, diritto d’autore e marchio. Il primo si applica alle invenzioni con qualche tipo di pubblica utilità, la seconda alle opere letterarie e artistiche come libri e musica, mentre la terza è solitamente associata alle attività commerciali.

Questi tre tipi di approccio al tema sono protetti dalle leggi, e proprio l’applicazione di queste leggi rimane una sfida nel mondo delle creazioni basate su blockchain, ovvero gli NFT, che spesso si riducono ad essere delle semplici riproduzioni di altre opere. Proprio per questo, non di rado, le questioni sui diritti di proprietà creativa hanno portato a cause legali. Perché, di fatto, la proprietà intellettuale di un NFT non è sempre chiaramente definita.

Gli studi sulla PI

La Cornell University, in merito a questo tema, ha espresso un parere che sottolinea questo problema, ovvero le difficoltà di inserire gli NFT nel quadro tradizionale della legge sul copyright.

“La proprietà di un NFT può essere utilizzata per dare al titolare un controllo sostanziale su un’opera creativa, ma tale controllo non è automatico“, hanno dichiarato, in un loro report, gli studiosi James Grimmelmann, Yan Ji and Tyler Kell. “La legge sul copyright non conferisce alcun diritto a un creator di NFT, a meno che il creator stesso non intraprenda misure per assicurarsi che lo faccia”. Di fatto, però, ancora pochissimi di questi creator adottano le misure necessarie.

Gli NFT, in questo senso, potrebbero essere effettivamente soggetti a protezioni della proprietà intellettuale. Quando un non-fungible-token viene “mintato” o venduto, infatti, lo smart contract della relativa blockchain esegue automaticamente il trasferimento della proprietà, comprese eventuali regole applicabili all’NFT come i termini di acquisto o le opportunità di rivendita.

Quando un NFT viene scambiato, di conseguenza, una determinata licenza può informare i collezionisti su ciò che possono e non possono fare con il loro nuovo asset.

Un esempio concreto di ciò potrebbe essere, per citarne uno, quello del fondatore di Twitter Jack Dorsey, il quale vendette l’NFT del primo tweet della storia a un acquirente di nome Sina Estavi. In questo caso, Estavi possiede l’NFT, ma non il copyright, che invece è stato conservato da Dorsey. Per intenderci, in questo modo Estavi non può sfruttare commercialmente il suo NFT, per esempio utilizzandolo per creare dei gadget.

"La proprietà di un NFT può essere utilizzata per dare al titolare un controllo sostanziale su un'opera creativa, ma tale controllo non è automatico"

Diversi tipi di licenza

Indipendentemente dal fatto che si sia creator o collezionista, è quindi utile avere una panoramica delle caratteristiche di queste licenze. In primo luogo, esiste l’opzione per cui un creator non delinei esplicitamente alcuna licenza di proprietà intellettuale. E in questo caso vige un’impostazione predefinita, ovvero l’uso “personale” (e quindi limitato) dell’NFT da parte dell’acquirente.

In altre parole, gli acquirenti possono utilizzare l’NFT in questione solo per scopi non commerciali, come l’immagine del profilo sui social media. Ma non possono realizzare un profitto che derivi da esso, come il merchandising o una qualsiasi attività collaterale.

D’altra parte, una licenza commerciale può consentire a un creator di concedere all’acquirente alcuni diritti, mantenendo allo stesso modo il controllo della proprietà intellettuale, magari per usarlo in campagne pubblicitarie, nel caso si fosse un’azienda.

Yuga Labs, casa di produzione dietro al progetto Bored Ape Yacht Club, in riferimento a ciò, ha rilasciato tutti i diritti commerciali ai titolari degli NFT, consentendo loro di utilizzare i personaggi qualsiasi progetto commerciale o personale.

Non di rado, in uno scenario del genere, l’acquirente è tenuto a pagare delle royalty al creatore originale, e questo consiste in un importo percentuale prestabilito, di solito in rapporto alle vendite. Altre volte, invece, può essere flessibile, lasciando proprio agli acquirenti la scelta di decidere in che misura collaborare al progetto.

Vien da sé, a ogni modo, il fatto che la stragrande maggioranza dei collezionisti di NFT preferisca licenze commerciali, in quando aumenta le opportunità di monetizzazione. E per gli artisti stessi, questo rappresenta un incentivo per promuovere la collezione e cercare opportunità.

In alternativa, esistono esempi (rari) con un approccio diametralmente opposto come nel caso in cui all’acquirente è concesso remixare, trasformare e costruire sul bene digitale di cui è titolare. Questa è associata a una tipo di licenza relativa a un’opera di dominio pubblico, che quindi non abbia alcun diritto d’autore. Chiunque può copiare, modificare e distribuire l’opera d’arte, anche per scopi commerciali.

Prevenire i malintesi

Decidere quale disposizione di proprietà intellettuale utilizzare è, in ultima istanza, una parte fondamentale del viaggio di un creator nel rilascio di una raccolta NFT. Con gli NFT che diventano più funzionali in termini di utilità, inoltre, sta diventando sempre più necessario definire l’aspetto di tale possibilità.

Quest’anno, nel frattempo, sono state depositate più domande di “marchio” NFT rispetto allo scorso, e questo è un segnale promettente per tutti quelli che costruiscono progetti a lungo termine.


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