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Cos'è successo a FTX, le origini della crisi e le nuove prospettive

L’exchange FTX si è ritrovato improvvisamente a dichiarare bancarotta, mettendo in crisi tutto il settore crypto. Come è successo, e quali sono le prospettive dell’industria?

Cos'è successo a FTX, le origini della crisi e le nuove prospettive

Il caso FTX

FTX, l’exchange di Sam Bankman-Fried, ha sconvolto il mondo crypto dichiarando fallimento, non essendo riuscito a trovare modi utili per operare una nuova iniezione di liquidità.

È tutto iniziato con la pubblicazione dei conti di Alameda Research, realtà legata a doppio filo con FTX, e con la rilevazione della fragilità in termini finiziari dell’exchange, notata proprio da alcune testate online.

Binance, primo CEX in ordine di importanza, ha quindi comunicato le proprie intenzioni di liberarsi dei proprio FTX token (FTT), dando il via al pandemonio. Twitter, in settimana, ha letteralmente preso fuoco, con tutta una serie di dichiarazioni dei protagonisti che hanno creato il caos più totale. E partendo proprio da uno scambio di vedute tra FTX e Binance, con Changpeng Zhao intenzionato prima a far fallire il collega Sam Bankman Fried e poi, neanche 24 ore dopo, a salvarlo, con un pre-accordo di acquisizione poi fallito.

Nella confusione più totale la parte lesa rimane l’industria crypto in generale, non solo in termini di numeri, ma soprattutto di reputazione, con un precedente che va a danneggiare non poco tutto l’universo CeFi. La decentralizzazione, in questi casi, torna sempre ad essere una virtù apprezzata, insieme ai temi che ruotano intorno alla sicurezza.

Per fare chiarezza sulla crisi, e soprattutto esperienza di quello che è successo, può quindi essere utile  andare a ripercorrere tutta la vicenda, cercandone le cause, e provando a pronosticare quali saranno i futuri scenari del mondo crypto, fortemente toccato da tutta la faccenda.

FTX, Binance, e l’accordo saltato

Iniziamo dalla fine. Binance, alla conclusione di una crisi dai tratti surreali e che ha scosso il mondo crypto, ha ritirato l’offerta di acquisizione di FTX. E il mercato non ha reagito bene, in uno scenario che ha visto l’exchange di Sam Bankman Fried lasciato al proprio destino. Bitcoin è crollato fino a toccare i 15mila dollari, mentre le stablecoin faticano a mantenere il proprio peg al dollaro.

Gli exchange, d’altra parte, sono corsi ai ripari, in una gara a chi riesce a garantire maggiormente quanto i propri conti siano a posto. Binance per primo, che nell’allontanarsi dall’accordo con il competitor ha citato “fondi dei clienti mal gestiti”, a differenza dei propri, e un’indagine aperta dalla SEC proprio nei confronti del CEX di SBF.

Vero o meno, da questo punto di vista, il punto non è certo inverosimile. I regolatori antitrust, nel caso un accordo fosse stato raggiunto, non sarebbero certo rimasti immobili di fronte a un monopolio di Binance, che avrebbe coperto l’80% dello share globale del mercato crypto.

La reazione del settore crypto

Lato mercato, invece, lo scenario vede una gara a chi “shorta” più velocemente, e questo non ha fatto che far crollare ogni tipo di criptovaluta, con un livello di liquidazioni totali che ha sfiorato il miliardo di dollari.

Changpeng Zhao, ceo di Binance, è quindi intervenuto in merito alla conclusione della vicenda, offrendo degli spunti di riflessione per il futuro dell’industria crypto, e soprattutto della CeFi. Come per esempio il fatto che gli exchange dovrebbero essere tenuti a fornire una documentazione che attesti effettivamente le proprie condizioni finanziarie, e in ultima istanza per dimostrare di non essere insolventi.

L’idea non è nuova, ma sembra che i recenti avvenimenti abbiamo cambiato decisamente le carte in tavola, tanto che diversi altri exchange, come OKX, Huobi e KuCoin, hanno rilasciato dei comunicati in cui dichiarano di essere intenzionati a pubblicare i dati sulle proprie “riserve”, affrontando di petto i timori del mercato e degli utenti.

Gli attori coinvolti nel crollo di FTX

Tutta la faccenda Binance-FTX, come si avrà intuito, ha poi destabilizzato il mercato anche in senso collaterale. Solana, che è un’ecosistema legato a doppio filo con quello di FTX (un’esposizione pari a due miliardi di dollari), per citare un caso, ha subito (non poco) la crisi dell’exchange, e dall’inizio della settimana SOL ha perso più del 50% del suo valore.

“Non la vediamo come una ‘vittoria’ per noi”, ha dichiarato CZ su twitter. “La fiducia degli utenti è gravemente compromessa, e i regolatori finiranno a esaminare ancora più in profondità gli exchange, rendendo più complicato ottenere delle licenze”.

E come succede regolarmente in tempi di crisi, un altro asset che più viene messo alla prova è quello delle stablecoin. In questo caso, Tether (USDT), USD Coin (USDC), Dai (DAI) e Binance USD (BUSD) sono tutti scesi sotto il valore del dollaro, perdendo leggermente il peg. E anche se per ora non si vedono segnali che possano portare a circostanze come quella del caso Terra, le sensazioni rimangono poco positive.

Anche per quanto riguarda le stablecoin il registro non è cambiato. Come per gli exchange, infatti, anche a realtà come Circle e Tether è stato chiesto di rivelare quali fossero le loro relazioni finanziarie con Alameda Research e FTX. Paolo Ardoino, CTO di Tether, ha affermato che USDT non ha nessuna esposizione a FTT, e allo stesso modo Jeremy Allaire, ceo di Circle, ha negato categoricamente di aver mai concesso prestiti a FTX o Alameda, ricevendo FTT come garanzia.

Coinbase, di per sé terza realtà crypto più importante dopo Binance e FTX, ha invece commentato il caso della trattativa come “pratica commerciale rischiosa”, e per voce del ceo Brian Armstrong ha dichiarato la propria vicinanza agli utenti coinvolti.

Anche Coinbase, guarda caso, ha sottolineato come non sia assolutamente esposta agli asset di FTX, ma quelli che invece sono rimasti “scottati” non sono pochi.

Galaxy Digital, per esempio, ha riportato un’esposizione a FTX per 76,8 milioni di dollari, di cui 47,5 “in fase di prelievo”. Oppure l’Ontario Teachers Pension Plan, fondo pensionistico canadese, che ha partecipato a un round di finanziamento da 400 milioni di dollari per l’exchange (investendocene 200), insieme a organizzazioni come SoftBank, Lightspeed Venture Partners e Paradigm. E ancora BITDao, con 100 milioni di token BIT in mano ad Alameda, e Sequoia Capital con 150 milioni di dollari investiti.

Per non parlare, infine, di BlockFi e Voyager, paradossalmente recentemente “salvate” proprio da FTX. In virtù di ciò, addirittura, è infatti sorto il dubbio che tutta una serie di investimenti di FTX fossero delle semplici coperture al reale stato di salute finanziario del CEX, per arrivare a uno stato di “too big to fail”. Si ricordi, in questo senso, che solo nel 2022 l’exchange di SBF ha raccolto investimenti per 400 milioni, arrivando a far valutare l’azienda 32 miliardi di dollari.

"La fiducia degli utenti è gravemente compromessa, e i regolatori finiranno a esaminare ancora più in profondità gli exchange, rendendo più complicato ottenere delle licenze"

Le avvisaglie e le prospettive

Un altro dato rilevante, invece, è rappresentato da un’analisi nata da varie testate online, che ha rivelato come il numero di wallet attivi che detengono token FTT sia prossimo allo zero almeno dall’inizio del 2022. A quanto pare, i titolari del token sono stati inattivi sulla blockchain molto prima dell’inizio della vicenda, e poiché la maggior parte delle operazioni si svolgono fuori, è deducibile che i titolari di FTT utilizzino principalmente wallet custodial.

La mente, in una crisi del genere, non può che tornare ai tempi di maggio 2022, mentre si svolgeva il crollo di Terra. Tuttavia, per ora, il contesto non è compromesso come successe a quei tempi. O, almeno, non lo è per ora. Se oggi si parla di milioni di perdite, per Terra-Luna si era nell’ordine dei miliardi, ma d’altra parte la vicenda è ancora troppo “fresca” perché si possa scongiurare un parallelismo in termini economici.

Lato FTX, il ceo Sam Bankman Fried è stato il protagonista tutta la settimana in un dibattito che ha visto scambi di opinione, vere e proprie contraddizioni e cancellazioni di tweet, il tutto in un brevissimo arco di tempo. Si potrebbe dire che non ne sia uscito bene, soprattutto in termini di fiducia, e le ultime dichiarazioni avrebbero anche cercato di rimettere a fuoco tutta la situazione, provando ad aprire delle minime prospettive.

Secondo SBF, FTX US non avrebbe avuto nessun problema in termini di liquidità, essendo la regolamentazione Usa molto puntuale. FTX International, d’altra parte, avrebbe mantenuto una quantità di asset maggiore dei depositi degli utenti, ma non la liquidità necessaria per mantenere i prelievi attivi. Fallito l’accordo con CZ, SBF si è impegnato a trovare nuove fonti di liquidità, entrando subito in contatto con un certo numero di player del mercato per nuovi accordi. Tuttavia, l’annuncio della bancarotta non ha tardato ad arrivare, per una settimana conclusasi nel modo più inaspettato e sconvolgente di tutti. 


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