Mercati finanziari sotto scacco, torna l'inflazione?
Le complessità aumentano e la pressione sale, tra guerre e costo dell'energia che prende il volo. I mercati finanziari soffrono e le economie si preparano...
Indice
Introduzione al focus on
I mercati finanziari soffrono nel bel mezzo della tempesta geopolitica che è in corso.
La Guerra in Iran ha dato il via a una spirale distruttiva non solo sui territori e sulle persone coinvolte, ma anche lato economico-finanziario.
Il petrolio è esploso nelle valutazioni, così come il gas. I continui scambi di colpi, che minano le filiere produttive, amplificano ulteriormente uno scenario già complicatissimo.
Le risorse come il petrolio sono essenziali per l’economia. Buona parte dell’energia mondiale è prodotta con petrolio e gas, per non parlare dei trasporti. Senza energia non si produce, oppure lo si fa a prezzo più caro. Il risultato finale non può che essere uno: inflazione e crisi.
A che punto siamo? È possibile tornare indietro o ci ritroviamo già nelle sabbie mobili? Facciamo il punto e capiamolo.
Panoramica sui mercati azionari
Il 28 febbraio 2026 parte l’attacco congiunto israeliano e americano contro l’Iran. I bombardamenti prendono il via e colpiscono direttamente la capitale Teheran e l’ayatollah Khamenei viene ucciso. Assieme al leader iraniano, stessa sorte per molti alti funzionari del regime.
Negli Stati Uniti è notte ed è pure sabato. Il presidente Trump annuncia l’inizio delle operazioni militari con un video, senza chiedere alcuna autorizzazione al Congresso ipotizzando la minaccia imminente di attacco da parte dell’Iran.
La mossa di avviare la guerra nel fine settimana non è casuale: i mercati sono chiusi, così da scongiurare tracolli improvvisi. Gli Stati Uniti e Israele ipotizzano pochi giorni di bombardamenti e spingono il popolo iraniano a ribellarsi non appena avranno terminato. L’obiettivo è chiaro: rovesciare il regime, ma le cose vanno diversamente.
A distanza di oltre un mese, la guerra è ancora in corso e gli iraniani non hanno avviato una ribellione; anzi, sono probabilmente più uniti di prima. USA e Israele bombardano città, obiettivi militari e pure civili. L’Iran tiene in scacco gli Stati vicini, come gli Emirati Arabi Uniti, lanciando missili e droni kamikaze contro infrastrutture energetiche, data center e aeroporti. In più, lo Stretto di Hormuz è diventato un luogo da cui è difficilissimo passare, creando così gravi problemi al commercio mondiale di gas e petrolio.
Una delle conseguenze di questo caos è chiaramente la reazione dei mercati finanziari. Basta dare uno sguardo ai grafici per capire quanto i recenti eventi bellici stiano impattando negativamente sulle performance.

Indice S&P 500 (SPX), grafico a 1 anno. Fonte: CNBC
Il grafico qui sopra rappresenta l’indice S&P 500 nell’ultimo anno. Dopo una fase di forte crescita, la spinta si era esaurita, complice anche la prudenza della Federal Reserve nell’abbassare i tassi d’interesse sul dollaro americano. Dallo scoppio del conflitto in Iran, la situazione è cambiata in peggio e molti punti sono rimasti per strada.
Certo, buona parte dei guadagni dell’ultimo anno sono ancora lì e le cose potrebbero cambiare. Inoltre, ci potrebbero essere dei capitali in attesa di entrata, approfittando della discesa dei prezzi. Tuttavia, i “se” e i “ma” lasciano il tempo che trovano: solo i fatti contano e per adesso il tempo è grigio.
Gli altri grandi indici a stelle e strisce non fanno meglio.
Il DJIA (Dow Jones Industrial Average), punto di riferimento mondiale, è sotto di 5.000 punti da inizio febbraio e di 3.500/4.000 dall’avvio del conflitto. Il Nasdaq Composite, eccellenza del mercato tech, lascia per strada 3.000 punti dai massimi di fine gennaio e 1.600/1.700 dai primi attacchi.
Le piazze europee non se la passano meglio. Lo STOXX Europe 600, indice paneuropeo di rilievo, è passato dai 633,85€ del 27/02 ai 578 del 30/03.
Non sfuggono alla morsa anche piazze come Tokyo e Shanghai. Anzi, Cina e Giappone sono Paesi ancor più coinvolti dagli effetti indesiderati del conflitto, dato che gli approvvigionamenti di petrolio e gas verso questi Paesi passano proprio dal Golfo Persico.
Le borse, che finora erano riuscite a mostrare grande resilienza nonostante le condizioni macro non fossero proprio favorevoli, hanno così iniziato a perdere terreno. La Guerra in Iran è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Proprio in tema di oro nero, guardiamo il grafico del WTI negli ultimi 6 mesi:

Andamento petrolio WTI (May ’26). Fonte: CNBC
L’Iran è uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo ed è secondo per giacimenti di gas naturale. Un conflitto in questo Paese non solo aumenta l’insicurezza complessiva di un’area già bollente, ma ha dirette conseguenze sull’offerta di queste materie prime indispensabili.
Come abbiamo già detto, si aggiungono ulteriori implicazioni dovute alla controffensiva non convenzionale avviata dall’Iran. La Repubblica islamica, anziché attaccare solo obiettivi militari a tiro e concentrarsi sulla difesa, lancia missili e droni contro le infrastrutture energetiche dei partner americani nella zona. In più, vi è la questione dello Stretto di Hormuz.
In breve: l’Iran riesce a mettere pressione ai Paesi vicini, ai loro alleati e pure all’economia mondiale. Da questa guerra potrebbero scaturire problemi non da poco, che impatterebbero su scala globale e sarebbero difficili da risolvere nel breve periodo.
Mercoledì 1 aprile si pensava che qualcosa sarebbe potuto cambiare a breve. Trump annunciò una conferenza per mettere al corrente la nazione e il mondo di alcune importanti novità. Il presidente ha comunicato che le ostilità dureranno ancora 2/3 settimane, ma che poi finiranno. Contemporaneamente, ha anche anticipato una serie di attacchi pesanti sull’Iran. Tutto mentre Israele proseguiva coi bombardamenti.
Risultato: petrolio e gas in ulteriore risalita, piazze asiatiche che hanno invertito i guadagni e che sono entrate in rosso.
Giovedì 2 aprile, il petrolio Brent ha toccato i 141$ sul mercato spot, livello che non si vedeva dalla crisi del 2008.
Economia e inflazione
Il circolo vizioso lo conosciamo bene: se il prezzo delle materie prime chiave per l’energia sale, aumentano i costi produttivi per tantissimi prodotti e servizi. Come primo effetto diretto, ciò causa un potenziale ritorno di moda dell’inflazione.

Prospettive sull’inflazione. Fonte: Financial Times
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE/OECD) ha rivisto le stime per il futuro e non sono rosee. Quest’anno, l’inflazione negli Stati Uniti potrebbe salire al 4,2%, oltre il doppio rispetto al celebre target del 2% che, ancora oggi, resta piuttosto lontano.
Finirebbero nei “guai” anche altri Paesi: dalla Cina all’India, passando anche per l’Eurozona.
Il problema nel problema è che ci troviamo in una fase di convalescenza dalla grande inflazione degli anni passati. I tassi d’interesse delle banche centrali non sono tornati in range normali e si aggirano ancora tra il 2 e il 4% circa, in base a quale Paese guardiamo. Quindi, le istituzioni hanno meno margine di manovra e l’inflazione potrebbe fare danni non da poco.
Se però pensiamo che il problema sia solo qui, beh, purtroppo ci sbagliamo di grosso. Ci sono altre implicazioni e segnali di cui dovremmo tenere conto.
Restando negli Stati Uniti, l’OCSE stima che la crescita economica rallenterà intorno al 2% nel 2026 e all’1,7% il prossimo anno. Il fenomeno toccherà il mondo in generale, non sarà esclusivo degli USA.
Il ritorno dell’inflazione diminuirebbe i consumi, la produzione e, in una spirale negativa, potrebbe portarci in piena recessione. Non è catastrofismo: si tratta di pure dinamiche macroeconomiche, che però devono trovare conferma nei fatti.
Alla Federal Reserve, almeno per adesso, si continua a tenere sul banco la possibilità di dare un altro piccolo taglio ai tassi nel corso del 2026. Tuttavia, considerando quanto sta accadendo, si tratterebbe di una mossa audace. Il chairman Powell invita alla cautela e ne ha tutte le ragioni.
Siamo di fronte a uno dei grandi problemi dell’economia: come combattere l’inflazione se al tempo stesso bisogna pensare a stimolare l’economia? Solitamente si fanno scelte dolorose, lavorando sul problema più grave. Vi è però da dire una cosa: se il clima tornasse un po’ disteso, il petrolio scenderebbe di prezzo e mercati ed economie potrebbero respirare.
Quanto potremo resistere?
Le principali economie e i mercati hanno mostrato resilienza nel tempo, ma a tutto c’è un limite. Il “punto di non ritorno” dipende da quanto durerà ancora il conflitto in Iran, ma soprattutto da come si svilupperà.
I scenari possibili sono molteplici:
- Le parti coinvolte trovano alla svelta un accordo e le ostilità terminano. Lo stretto di Hormuz torna aperto al 100%, petrolio e gas riprendono a fluire liberamente e l’economia mondiale tira un respiro di sollievo.
- La guerra prosegue così come la stiamo vedendo oggi. Qui tutto dipende da chi si sfinirà prima e dovremo tenere duro. Situazione complicata e non sostenibile per mesi e mesi.
- Boots on the ground. Questo è lo scenario peggiore, in cui Stati Uniti e Israele decidono di inviare delle truppe in Iran. L’area ne uscirebbe ancor più destabilizzata e nulla è garantito. Al momento è lo sviluppo meno probabile, auguriamoci che rimanga tale.
Concentrandoci sull’Europa, il nostro punto di forza attuale è l’inflazione sotto controllo. Se questa dovesse tornare a salire, la BCE avrebbe più margine di manovra rispetto alla Fed, perché anche i tassi d’interesse sono inferiori.
La crescita però stenta a decollare e i problemi non mancano. Basti pensare alla crisi dei produttori automobilistici (la concorrenza cinese è fortissima), così come alle difficoltà dovute a delle carenze nell’approvvigionamento di materie prime chiave per la transizione energetica e l’innovazione.
Il nostro è un problema strutturale e dipendiamo parecchio da petrolio e gas. Con i prezzi che aumentano, il quadro potrebbe complicarsi. Nonostante l’inflazione ora sia ok, potrebbe tornare alla sveltae gli interventi necessari ad arginarla appesantirebbero ulteriormente la produzione del Continente.
Gli Stati Uniti sono in una posizione diversa. Tra i vari problemi ci sono i posti di lavoro; nel 2025 la crescita è stata ridotta. L’intelligenza artificiale sta togliendo opportunità lavorative in svariate posizioni: da quelle di ufficio alle manageriali, passando anche per il lavoro manuale (già in calo data la presenza di macchine e robot).
Questa settimana abbiamo assistito alla pubblicazione di dati fondamentali quali il JOLTS Job Openings (febbraio, di poco inferiore alle aspettative). Nel pomeriggio di venerdì 3 aprile saranno pubblicate le Nonfarm Payrolls (marzo) e il tasso di disoccupazione (marzo).
Ricordiamoci di monitorare questi dati nel tempo, perché saranno fonte di informazioni preziosissime.
Vi è poi la criticità dell’inflazione, che parte da un punto più alto rispetto all’ottimale. Qui occhio a venerdì 10 aprile: sarà pubblicato l’update al CPI, compreso il dato Core che esclude energia e alimenti. Attualmente, l’ultimo CPI registrò il 2,4% YoY, mentre il Core il 2,5% YoY.
Quindi, non possiamo sapere quanto potremo resistere perché gli scenari sono molteplici. Quel che è certo è che non potremo vivere a lungo in questo modo senza subirne le conseguenze e le borse lo stanno già mostrando.
Se gli indicatori dovessero dare dei risultati preoccupanti, possiamo aspettarci dei mercati contratti e spaventati. In genere suggeriamo di seguire i propri piani, senza farsi travolgere dagli eventi (e continueremo a farlo). Questa è una di quelle situazioni in cui dobbiamo riflettere sulla strategia, chiedendoci cosa prevede in momenti di stress come questi. Restiamo aperti alla possibilità di fare delle rivalutazioni, ricordandoci che:
- Gli investimenti di lungo periodo non necessitano per forza di cose aggiustamenti. Se stai acquistando azioni e crypto per tenerle in portafoglio 10, 20 o 30 anni, dovresti non curarti delle oscillazioni di prezzo attuali. Anzi, se ritieni che gli asset siano comunque validi, avrai l’occasione di risparmiare acquistandoli.
- Se anche solo una parte dei tuoi investimenti è orientata a 1/2 anni, dovresti avere un piano. In questo caso non puoi ignorare quanto sta accadendo e dovresti rivalutare rischi e opportunità.
- Nel caso in cui operassi sul breve termine, non dobbiamo di certo dirti che tutto ciò che accade ha massima importanza. Se non hai valutato questa cosa, studia la pianificazione da zero.
- Se non hai un piano e stai puntando denaro su titoli azionari, crypto, ETF e via dicendo senza logica, fermati. È giunto il momento di studiare e fare le cose per bene.
Una chiusura un po’ più positiva: sappiamo che in molti passaggi di questo approfondimento siamo stati un po’ severi nell’analizzare quanto sta accadendo, ma la situazione lo richiede. In ogni caso, essendoci sul tavolo tantissimi sviluppi diversi tra loro, non fasciamoci la testa prima del tempo. Dobbiamo ragionare pensando anche al peggio, perché abbiamo il dovere di arrivare preparati e tutelarci, ma non è certo che arriveremo al punto in cui saremo in piena recessione e bear market azionario, anzi!