Tasse crypto, la sentenza: “tassabili” anche le plusvalenze pre 2023
La Corte di Giustizia Tributaria di Bergamo ha affermato con chiarezza che le plusvalenze da criptoattività realizzate prima del 2023 sarebbero “tassabili”
Tasse crypto: il “caso Bergamo”
Si aggiunge un nuovo capitolo al dramma dal titolo “Tasse crypto in Italia”, un vero e proprio groviglio di contraddizioni e normative in continua evoluzione senza la chiarezza necessaria agli investitori.
L’ultima vicenda riguarda il problema delle plusvalenze realizzate prima del 2023. La Corte di Giustizia Tributaria di Bergamo, infatti, come riportato dal Corriere della Sera, con la sentenza (n. 573/1/2025) depositata lo scorso 2 dicembre, ha affermato molto chiaramente come le plusvalenze da criptoattività realizzate prima del 2023 sarebbero imponibili, poiché le crypto erano già allora inquadrabili sotto la categoria di “strumenti finanziari”.
La sentenza nasce dalla richiesta di un rimborso da parte di un contribuente che, nel 2018, aveva pagato il 26% sulle plusvalenze derivate dalle sue partecipazioni in Bitcoin. Il pagamento era dettato dalla semplice prudenza, visto che allora non esisteva alcuna normativa chiara, e con l’introduzione dell’aliquota sulle crypto-attività è stato richiesto un risarcimento.
L’AdE ha rifiutato la richiesta, e ora la Cgt ha confermato come quel 26% fosse dovuto e che non si tratti di retroattività. Al contrario, la qualificazione giuridica sarebbe stata già implicita nella normativa precedente. In altre parole, secondo i giudici, la Legge di Bilancio 2023 non avrebbe creato una nuova tassa, ma chiarito un quadro che era già applicabile.
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Tutte le implicazioni della sentenza
Come ben sappiamo, avendo raccontato nascita e sviluppi della normativa italiana sulla tassazione delle criptovalute, una decisione del genere crea più di un problema. Basti pensare che in passato l’AdE sosteneva l’assimilazione delle crypto alle valute estere, ma la Cgt ha sempre rifiutato questa visione. Di fatto, secondo la Cgt, le crypto hanno creato reddito imponibile da sempre in quanto strumenti finanziari.
Non serve spiegare che tassare 7–10 anni dopo potrebbe essere un bel problema. Ma lo facciamo lo stesso. In primo luogo, “l’arricchimento” del 2018 potrebbe non esistere più, in secundis, lo si stabilisce a fronte dell’assoluta incertezza normativa pre-2023.
Oggi potremmo quindi finire nella situazione in cui chi ha realizzato plusvalenze prima del 2023 potrebbe non considerarsi al sicuro, poiché l’assenza della norma non proteggerebbe dall’imposta.
L’unica cosa che si può fare, arrivati a questo punto, è attendere l’opinione della Corte Costituzionale, l’unica che potrà mettere la parola fine a questa questione.
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