Il discutibile approccio a Bitcoin della stampa mainstream

Di Davide Grammatica

La stampa mainstream si è dimostrata ormai troppo spesso incapace di affrontare l’argomento Bitcoin e crypto con criterio. Abbiamo deciso quindi di rispondere su quello che è stato detto

Il discutibile approccio a Bitcoin della stampa mainstream

L’importanza della divulgazione nelle crypto

Cercare di spiegare cosa siano le criptovalute è la missione di The Crypto Gateway, e questo proposito nasce da un problema fondamentale, ovvero che non sono semplici da capire.

Non essendo più un argomento di nicchia, approcciato da pochi esperti o appassionati, la divulgazione della materia deve fare i conti, per forza di cose, anche con chi si interessa al tema per la prima volta, molto spesso senza alcuna base economica o tecnologica.

Ma non solo, poiché al contempo sono anche i falsi miti a farsi spazio, creando vere e proprie bolle di informazione. Questo va di pari passo all’innovazione costante dell’industria, con una narrativa che deve fare i conti, da un lato con l’aggiornamento costante della materia, e dall’altro con la continua discussione delle basi della tecnologia.

Questo è stato fin dal principio il compito della community, in tutte le sue forme divulgative, ma non avendone essa l’esclusiva, ad oggi anche la stampa mainstream affronta l’argomento. E proprio da questa osservazione nasce questo approfondimento, che vuole analizzare come le principali testate giornalistiche approcciano Bitcoin e criptovalute, molto spesso mettendo in luce idiosincrasie fatali per gli utenti.

Nello specifico ci appoggeremo alla cronaca recente, ripescando nel passato esempi virtuosi e spazi di discussione funzionali, ma anche vere e proprie fake news, falsi miti, e opinioni capziose, nate principalmente da pregiudizi e poca conoscenza dell’argomento.

Boeri, Perotti e il bluff di Bitcoin

Partiamo dall’analisi di un recente articolo di Tito Boeri e Roberto Perotti, apparso lo scorso 30 gennaio sulle colonne di la Repubblica, dal titolo “Frodi, furti e crac improvvisi, il grande bluff delle criptovalute”.

Un articolo importante da più punti di vista. In primo luogo perché pubblicato su uno dei quotidiani più letti in Italia, e in secondo perché scritto da due importanti economisti italiani, uno ex presidente dell’INPS, l’altro professore ordinario all’Università Bocconi.

Il titolo non lascia spazio a interpretazioni. Le criptovalute sarebbero un “imbroglio colossale, una tecnologia senza alcuna funzione sociale positiva, che arricchisce gli operatori a spese di milioni di piccoli risparmiatori ignari di cosa stanno comprando e dei rischi cui vanno incontro”.

Sul fatto che esistano molti piccoli risparmiatori ignari dell’argomento, tutti ne sono a conoscenza, ed è per questa ragione che una moltitudine di realtà (online e non) ha fatto di questa problematica la propria missione, cercando di introdurre gli utenti all’argomento nella maniera più consapevole possibile. Del resto, il mondo crypto richiede a prescindere che gli utenti si prendano la responsabilità delle proprie operazioni, essendo ancora il settore poco regolamentato, ma soprattutto decentralizzato.

Truffe e imprevisti di ogni genere sono sempre dietro l’angolo, ma esistono tutti gli strumenti necessari per evitare di cascarci. Non a caso, proprio noi di The Crypto Gateway mettiamo a disposizione in maniera gratuita sui nostri canali ogni tipo di informazione in merito a queste tematiche di base, in merito a sicurezza, differenziazione del portafoglio, e innumerevoli protocolli, dai più semplici ai più complessi, nel mondo della CeFi e in quello della DeFi.

Tutto ciò, infatti, non va certo a compromettere il valore intrinseco della tecnologia che sta alla base delle criptovalute, e di conseguenza nemmeno tutto ciò che si sviluppa a partire da essa.

Di questo valore offriamo tutti i giorni la prova nei nostri contenuti, ma per ora è meglio seguire il filo logico degli autori, per non perdere di vista il focus dell’analisi.

L’articolo di Boeri e Perotti pone infatti l’accento su alcune principali “fandonie” utilizzate per spiegare la ratio delle crypto.

La sicurezza di Bitcoin

La prima è la sicurezza: Bitcoin sarebbe definito dal mondo crypto, secondo i due, come investimento “poco volatile nel suo valore”. E fin da subito viene detto il falso, visto che la volatilità di Bitcoin è decisamente difficile da ignorare anche per chi guarda un suo grafico per la prima volta. E soprattutto, i dati, come quelli perfettamente indicati nell’articolo (per esempio la capitalizzazione totale passata da 2.9 trilioni di dollari a 800 miliardi da novembre 2021), sono a disposizione di tutti, e in modo molto semplice e trasparente.

In seconda posizione troviamo invece il fatto che le crypto non sarebbero “soggette a frodi, furti e smarrimenti”. Ma anche in questo caso, in verità, nessuno lo afferma. Semplicemente, ciò non deriva tanto dalla natura dell’infrastruttura alla base di Bitcoin, quanto da tutto ciò che la circonda. Come viene sottolineato, la blockchain Bitcoin “non è mai stata hackerata”, e tutte le frodi derivano direttamente da fattori collaterali come la custodia.

Questa, non a caso, è uno dei fondamentali di cui aver piena consapevolezza per approcciarsi all’industria, e proprio nella sua accezione positiva, ovvero il fatto che l’utente in possesso di bitcoin ne è l’effettivo proprietario, senza dover fare i conti con un intermediario (come una banca). E con tutte le conseguenze del caso, ovvero la responsabilità individuale della messa in sicurezza dei propri asset.

Per Boeri e Perotti, invece, proprio questo aspetto sarebbe “negativo”, in quanto “se muoio o mi dimentico la chiave privata, o se perdo il cellulare con il wallet dove sono custoditi, i miei bitcoin sono persi”. E ancora: “Quale conto in banca ha questi problemi?”.

Nessuno mette in dubbio che qualcuno possa preferire, e a ragione, custodire i propri soldi in una banca tradizionale, ma non si capisce perché qualcun altro non potrebbe scegliere consapevolmente di fare altrimenti. Bitcoin, del resto, è il primo strumento nella storia a permettere che un individuo possa custodire in prima persona, senza intermediari e in modo sicuro i propri asset, potendoli usare anche come mezzo di pagamento. Se non è un valore aggiunto questo…

E se anche non si considerasse tale, è curioso notare come, probabilmente, Boeri e Perotti non abbiano piena consapevolezza di come funzioni effettivamente la custodia di Bitcoin, in quanto nel caso di smarrimento del proprio wallet o del proprio cellulare, le crypto non andrebbero perdute, proprio perché esse non sono “fisicamente” nel wallet o nell’app che si utilizza, ma sulla blockchain stessa. A maggior ragione, la custodia corretta delle proprie chiavi private è alla base di ogni operazione nel mondo crypto.

Nessuno mette poi in discussione la precarietà degli exchange centralizzati, e nella memoria rimangono lucidi i ricordi delle vicende riguardo a Mt. Gox, fallito nel 2014, gli attacchi subiti da Binance o il recente fallimento di FTX. E nemmeno tutti i problemi del mondo DeFi, come il caso Terra o l’hack di Horizon Bridge da parte degli hacker nordcoreani.

“L’hedge fund [Alameda Research] a sua volta garantiva il debito contratto con l’equivalente di figurine Panini emesse da FTX stesso. Quante banche conoscete che hanno messo in piedi degli schemi così diabolici e risibili allo stesso tempo?”. Beh, i derivati sui mutui subprime elaborati dalla finanza americana tra il 2006 e il 2008, che hanno portato al fallimento di Lehman Brothers, non si sono poi rivelati questo grande affare.

Quindi, del resto, sembra quanto meno scorretto evitare di fare riferimento a tutti gli scandali che hanno riguardato invece la finanza tradizionale, come la grande recessione del 2008 e, per quanto riguarda il nostro paese, il fallimento di Monte dei Paschi di Siena, Banca Carige, Veneto Banca, Banca popolare di Vicenza e Banca Popolare di Bari (solo negli ultimi 10 anni).

La dittatura delle banche

Al terzo punto, Boeri e Perotti affrontano il tema della “dittatura delle banche”, dalla quale le criptovalute pretenderebbero di liberare i poveri acquirenti. “Niente di più falso”, si legge nell’articolo. “Le transazioni in bitcoin comportano commissioni spesso altissime, spesso non esplicite, e spesso camuffate”.

E diremmo noi, allo stesso modo, niente di più falso. Le commissioni del resto possono essere altissime a seconda del punto di vista. E per calcolarle basta, in modo semplicistico, fare riferimento alle commissioni imposte dai vari exchange. Ad oggi, per esempio, prelevare dei bitcoin da Binance comporta una commissione di 0.0002 BTC sulla rete Bitcoin, ovvero 4,76 dollari. Ma questo a prescindere dalla somma prelevata, possa essere questa un dollaro o un milione di dollari. A differenza delle banche tradizionali, tramite le quali molto spesso alla semplice commissione è associata una “commissione di servizio” in forma di percentuale fissa da applicare alla somma trasferita.

“Basta pensarci un attimo: tutto quello che si può fare, nella mitologia comune, con un bitcoin, si può fare con una carta di credito o un bancomat”. Anche in questo caso, niente di più falso. Basti pensare al fatto che, ad oggi, per esempio, non si possono prelevare più di 5mila euro dal proprio conto corrente, e non più di 10mila in un mese. O almeno senza essere segnalati alla UIF (Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia) da parte dell’istituto bancario del caso.

Infine, verrebbe sfatato anche il mito secondo cui Bitcoin sarebbe “uno strumento di investimento accessibile a tutti”.

Secondo Boeri e Perotti sarebbe “chiarissimo che la stragrande maggioranza degli investitori non si rende conto dei rischi pazzeschi di oscillazioni, furti e frodi cui va incontro investendo in cripto”, e soprattutto chi si sente discriminato, come afroamericani e ispanici negli Usa, che investirebbero in crypto “una quota più alta della propria ricchezza”.

Non si capisce, tuttavia, dove sarebbe il contraddittorio al fatto che Bitcoin sia accessibile a tutti. Per il resto, è perfettamente condivisibile il fatto che molte persone abbiano investito in crypto senza alcun criterio negli ultimi anni, perdendo parecchi soldi. Ma questo scenario, come si accennava, non può essere fatto ricadere sulla natura stessa di Bitcoin e le crypto, quanto sulla sconsideratezza degli investitori e sulla loro mancanza di consapevolezza.

"Basta pensarci un attimo: tutto quello che si può fare, nella mitologia comune, con un bitcoin, si può fare con una carta di credito o un bancomat"

Bitcoin VS moneta tradizionale

Finiti i punti da analizzare, rimane il tempo per un’ultima riflessione, ovvero il fatto che la community crypto affermerebbe che “Bitcoin può esistere anche quando viene meno la fiducia nelle monete tradizionali”.

Potremmo dire che ogni argomentazione di Boeri e Perotti, esaurito l’articolo, nasca da una sorta di “argomento fantoccio”, una vera e propria fallacia logica, che vuole confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta.

Perché insomma, c’è chi fa più rumore rispetto ad altri nella community crypto, e molto spesso, per esempio, opinioni di massimalisti di Bitcoin possono prevalere su quelle di altri, ma non rispecchiando certamente l’opinione della community nel suo insieme.

In questo caso poi, dell’opinione comune che possa un giorno venire meno la “fiducia nelle monete tradizionali” come il dollaro si fa fatica a trovarne traccia. Bisognerebbe a questo punto richiedere delle fonti a riguardo.

E a questo riguardo (cioè al rapporto tra BTC e moneta), la volatilità di Bitcoin è riconosciuta universalmente (anche dalla community crypto, quindi) come il più grande limite all’adozione di BTC in quanto “valuta”. Cosa, attualmente, ancora impossibile nel mondo occidentale.

Tuttavia, per concludere, ci sembra giusto continuare a sottolineare come diverse premure intorno alla moneta tradizionale possano essere lecite, anche solo per il fatto che nascono da bisogni comuni a tutti. E questi bisogni, alla quale la community crypto è decisamente affezionata, sono la proprietà e l’anonimato.

E non a caso proprio da queste esigenze nascono le polemiche attorno all’uso dei contanti, argomento politico di non poca rilevanza.

A molte persone, piaccia o meno, aggrada l’anonimato e avere proprietà senza fare affidamento a enti terzi, mentre ai governi molto meno. Per fortuna o purtroppo, nel corso della storia ci si è sempre dovuti accordare su un compromesso, ma le criptovalute hanno per la prima volta introdotto una nuova strada percorribile.

Bitcoin e le criptovalute (escluse alcune) hanno delle peculiarità fondamentali, ma sono in ultima istanza simili alle valute tradizionali, come dollari, euro o sterline, in quanto non hanno un collaterale e hanno valore solo nella misura per cui le persone le accettano come mezzo di pagamento. La fiducia è una componente essenziale per qualsiasi valuta di successo, e senza eccezioni. Ma le crypto consentirebbero anche di rispondere alle esigenze di proprietà e anonimato, dato che sono create da algoritmi la cui sicurezza è garantita dalla natura stessa della blockchain, e non da enti terzi.

Ciò rende le criptovalute attraenti per molte persone (e la community crypto è lì a dimostrarlo), ma allo stesso tempo “antipatiche” per le autorità, in quanto renderebbero difficile (se non quasi impossibile) il monitoraggio delle transazioni.

E se un giorno le criptovalute dovessero moderare la loro volatilità, allora garantirebbero anche la stabilità monetaria. Gli stati, in questo caso, dovrebbero portare il sistema fiscale e normativo a un livello di estremo rigore, e allo stesso tempo accettare un’effettiva economia di libero mercato. Cosa che però, ad oggi, i governi detestano.

Bitcoin sull’amaca di Michele Serra

Gli effetti collaterali dell’articolo risolutivo di Tito Boeri e Roberto Perotti non si sono fatti poi aspettare.

Giusto il giorno dopo, infatti, sempre sulle colonne di la Repubblica, Michele Serra, nella sua rubrica, ha affrontato l’argomento crypto appoggiandosi sulle considerazioni di Boeri e Perotti. Se però nei confronti dei due economisti sopravvive una sorta di timore sulla base del loro curriculum, e si può instaurare un dibattito, questo non vale per il giornalista.

In questo caso gli argomenti, e le considerazioni nate da essi, sono essenzialmente senza senso, dall’inizio alla fine.

“Vale la pena spiegare il sospetto e il pregiudizio: come è possibile ‘fare soldi’ senza produrre niente, senza rendersi utili a nessuno, senza lasciare un segno, non importa se manuale o intellettuale, del proprio passaggio? […] Se nulla si crea e nulla si distrugge, come accidenti si fa a creare ricchezza dal nulla?”. La domanda nasce dal presupposto che l’industria crypto sia essenzialmente “inesistente”, ma esistendo riesce molto difficile rispondere.

Evidentemente, come ammette lo stesso Serra, è lui a non aver capito bene in cosa consista la tecnologia alla base delle criptovalute, a partire dalla blockchain, definita “una concatenazione di computer che, per accumulo, trasforma la quantità in un salto di qualità, dunque in presunto ‘valore’”.

La metafora, da un certo punto di vista, ci potrebbe anche stare, se si intende la quantità come “adozione” e la quantità come “valore”, ma le crypto vengono associate a “uno dei sintomi più indicativi della Grande Illusione Tecnologica, quella che garantisce di liberarci tutti e per sempre dal bisogno e dalla fatica, come per magia”.

Difficile seguire Serra nel ragionamento, ma è molto semplice, allo stesso tempo, constatare la totale ignoranza dell’argomento, la quale però non ha impedito al giornalista di farci un editoriale su uno dei quotidiani più letti in Italia.

"Una concatenazione di computer che, per accumulo, trasforma la quantità in un salto di qualità, dunque in presunto ‘valore'"

Il corriere e le CBDC

Altra wave ha coinvolto invece il Corriere della Sera, a seguito di un articolo di Daniele Manca e Roberto Viola dal titolo “Altro che Bitcoin, arriva l’euro digitale (e sarà una rivoluzione)”.

In questo caso la discussione nasce a partire dal problema rappresentato dalle stablecoin, criptovalute “emesse da privati, la cui stabilità viene garantita da titoli solidi, e con un valore correlato a quello di titoli garantiti da autorità centrali”.

Il rischio, in questo caso, è che le persone comincino utilizzare stablecoin sempre di più, andando a minare, per certi versi, il peso effettivo delle politiche monetarie. In fin dei conti, un stablecoin non è che una criptovaluta non volatile, pur costruita su altri fattori di rischio.

Una CBDC, secondo l’articolo, rappresenterebbe quindi “una moneta non legata ad un contratto con un determinato provider di denaro digitale, ovvero un’azienda che fornisce credito, come la banca o il portafoglio di criptomonete: chiunque può avere in mano euro digitali come chiunque può avere in mano delle banconote”. I cui aspetti di funzionamento sono regolati dalla BCE.

In pratica una stablecoin non più gestita da una società, ma direttamente dall’istituzione europea. Il cui vantaggio consisterebbe nella possibilità di effettuare trasferimenti peer-to-peer. L’euro digitale sarebbe quindi la “dematerializzazione della banconota tradizionale, come essa universalmente accettata, ma più intelligente e sicura”.

Sfugge, tuttavia, l’effettiva consistenza della “rivoluzione”. Abbiamo infatti molto spesso analizzato l’argomento, sottolineando come la CBDC nasca in primo luogo per combattere la decentralizzazione, considerata una minaccia al sistema bancario nella misura in cui può rappresentarne un’alternativa.

Alla luce di ciò, sono sempre i banchieri a valutare l’idea di introdurre una valuta digitale che possa eliminare questa evenienza. La Central bank digital currency (CBDC) rappresenta proprio questo, seppur non sia decisamente associabile a una criptovaluta tradizionale.

Rimane probabile, giunti a questo punto, che ogni grande banca centrale rilascerà effettivamente la propria CBDC. Ciò che è da capire è, però, il metodo. Le CBDC promettono di offrire circa gli stessi servizi di una normale moneta digitale, con la differenza, per gli utenti, di non dover avere a che fare con le banche private, ma direttamente con la banca centrale.

Si potrebbe sostenere che una banca centrale ha meno probabilità di fallire rispetto a una banca privata, ma ciò sarebbe possibile solo se le autorità centrali rinnegassero le loro garanzie sui depositi di queste ultime. E d’altra parte, se il rendimento sui depositi fosse pari a zero, sarà improbabile che qualcuno possa essere disposto ad aprire un conto del genere come forma di investimento.

Ciò che viene dunque spacciato per rivoluzione, è semplicemente un metodo per limitare (probabilmente anche facendo leva sulle regolamentazioni) l’utilizzo delle stablecoin come strumento di pagamento, in quanto non gestite direttamente dalle istituzioni governative.

Non si capisce, in questo senso, una comunicazione che descrive le CBDC come strumento rivoluzionario, evitando di menzionare del resto la correlazione con lo sviluppo dell’industria crypto. Il vantaggio, semmai, è proprio a favore delle istituzioni, non certo per gli utenti.

La stampa e il tema sostenibilità

Riguardo alla sostenibilità energetica di Bitcoin, invece, gli articoli faziosi sulla stampa tradizionale nemmeno si contano.

L’argomento “Bitcoin energivoro” è diventato negli ultimi tempi un tema mainstream, e ha contribuito a diffondere disinformazione e pregiudizi nei confronti di tutta l’industria. Indubbiamente, non si può negare l’evidenza che il network Bitcoin (compreso quindi il mining) consumi un’elevata quantità di energia, ma allo stesso tempo non si dovrebbe dare per contato lo scopo che il consumo di energia ha a sua volta.

Si denuncia infatti molto spesso il consumo di ogni effettiva transazione BTC, soprattutto paragonandole al numero ovviamente più elevato realizzato dall’insieme delle banche rispetto a Bitcoin. Sarebbe però, come dire, paragonare 100mila transazioni fatte con carta di credito con una di Bitcoin, omettendo tuttavia il fatto che il consumo energetico di BTC non varia al variare del numero di transazioni sul network.

Questo dipende esclusivamente dal numero di miner partecipanti all’ecosistema, o meglio, dalla potenza complessiva espressa dai miner. Questo valore è quindi fisso, e non dipende dal numero di transazioni. Se anche sulla blockchain non venissero effettuate delle transazioni, il consumo di energia da parte di tutti gli enti coinvolti rimarrebbe lo stesso. Fare una transazione di 20 dollari, o farne una di 20 trilioni, non cambierebbe nulla dal punto di vista del consumo energetico o dell’inquinamento.

Il limite al numero di transazioni che si possono fare è fisiologico, perché i blocchi hanno una certa dimensione dedicata a un tot di transazioni, ma ci sono allo stesso tempo tecnologie come il Lightning Network che rappresentano soluzioni a bassissimo impatto energetico senza che queste possano intaccare il mining, scalando quindi i volumi transati.

Un secondo argomento da analizzare riguarda invece la provenienza di questa energia. Il punto è fondamentale, e non riguarda solo Bitcoin. In generale si potrebbe convenire che tutto il settore energetico andrebbe convogliato verso il rinnovabile, un settore a minore impatto ambientale. Ma è più facile a dirsi che a farsi, ovviamente.

Bitcoin, in questo scenario, potrebbe però assumere un ruolo fondamentale, diventando un veicolo primario per la transizione a un’energia più sostenibile. Perché? Semplicemente, Bitcoin è un business, e il mining è un’industria che tende a ricercare fonti energetiche il meno dispendiose possibile. Se quindi c’è la possibilità di approvvigionarsi di combustibili fossili a basso prezzo (come in Cina), l’industria andrà in quella direzione a prescindere dal problema inquinamento, ma se al contrario è il rinnovabile ad offrire dei prezzi vantaggiosi, allora l’industria avrà tutto l’interesse di sviluppare quel campo.

In questo contesto, la Cina ha recentemente lasciato il posto agli Stati Uniti come prima nazione nel settore del mining, i quali sono al primo posto anche per mole di investimenti nel rinnovabile, con già molte aziende quotate al Nasdaq per quanto rilevanti. Queste sono poi le prime a volersi vendere in quanto tali, poiché il trend è proprio in questa direzione.

Altre fake news

Non si contano neppure, infine, le innumerevoli fake news rispetto alle varie innovazioni collaterali all’industria. E più di quelle in funzione “negativa”, magari in relazione alla fallacia di alcuni protocolli o piattaforme, fanno rumore anche quelle in chiave entusiastica.

Ci si ricorda, per esempio, giusto per citarne una, la notizia della scorsa estate riguardo a Nathan Falco, figlio dell’imprenditore Flavio Briatore, che sarebbe diventato ceo di un’azienda specializzata in NFT.

Proprio in quel caso, infatti, si è potuto constatare l’indice che misura la competenza del giornalismo in ambito crypto. Un problema non di poco conto, per chi fa del suo lavoro proprio l’informazione e la divulgazione in questo settore, ma anche per gli utenti che vi si approcciano.

Nathan Falco, “tra i ceo più giovani del mondo”, sarebbe stato a capo di Billionaire Bears, una community esclusiva nel mondo NFT, e una collezione di “orsi miliardari” collezionabili, con la possibilità, per chi li possiede, di accedere a feste esclusive o di ricevere altri omaggi, sul modello Bored Ape Yacht Club.

Tuttavia, non esisteva nessuna azienda, né sito web. Solo un indirizzo che rimandava al marketplace Opensea, con relativa collezione di 24 NFT, con richiami alle proprietà di Briatore, e con un valore totale di 4 ETH.

E il problema è appunto questo, il fatto che una certa stampa non riesca a trattare di questi argomenti se non da un livello più che superficiale, creando danni da più punti di vista, come la delegittimazione, in questo caso, di progetti NFT seri e con una prospettiva.

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