Caso Pirlo: dire “crypto” basta ancora a evocare sospetti
Nel dossier sui rapporti commerciali del (saltato) allenatore della Nazionale, il settore crypto è finito accanto a betting, Mosca e vicende giudiziarie
Un pregiudizio difficile da superare
Nella cronologia che ha accompagnato in questi ultimi giorni le indiscrezioni sulla possibile panchina della Nazionale di Andrea Pirlo si parla anche di crypto.
Le polemiche relative a bookmaker e affiliazioni iGaming hanno riguardato anche CoinW, piattaforma crypto di cui Pirlo è diventato ambassador nel novembre 2023. Un aspetto che, nella narrazione mainstream, è servita ad aumentare le ombre sull’allenatore.
Il giornalista Andrea Papaccio ha raccontato la faccenda in maniera precisa. Nel 2022 l’autorità finanziaria sudcoreana segnalò CoinW tra gli operatori stranieri che avrebbero offerto servizi senza la licenza necessaria. Nell’ottobre 2024 anche l’autorità malese inserì la piattaforma in una lista di soggetti non autorizzati. Viene poi citato un procedimento a Taiwan riguardante dirigenti locali, descritti come responsabili del marchio nell’area asiatica e di un sistema di frodi e riciclaggio.
Sono elementi che giustificano domande sulla scelta dei partner, ma che di fatto inserisce la componente crypto nello stesso calderone di scommesse e rapporti con Mosca.
Non era più soltanto una serata.
Golden Boomerang, MightyTips e poi Fonbet mostrano una continuità commerciale precisa.La reputazione costruita con l’Italia e con Milan e Juve veniva monetizzata dentro il settore delle scommesse.
C’è poi CoinW.
Nell’agosto 2022 l’autorità…
— Andrea Papaccio (@papaccioandrea4) July 27, 2026
Dal 1° Luglio 2026, la normativa europea ha bloccato in modo definitivo le piattaforme non conformi. Chi è senza licenza MiCA è stato costretto a chiudere le attività in Europa, evitando di diventare illegale. Scopri QUI chi è conforme sullo Spot e chi possiede la Licenza MiFID II per offrire legalmente il trading di derivati.
Il sospetto delle crypto
Le crypto, ancora oggi, sembrano un “acceleratore” del sospetto. Basta evocare un exchange straniero perché una questione normativa assuma il colore del “malaffare”, e il risultato è che, se una celebrità presta il volto a un’azienda crypto, l’intero settore diventa parte dell’accusa, anche quando le responsabilità non sono dimostrate.
In altre parole, nel caso Pirlo, sembra strumentale usare la natura crypto dell’azienda come sinonimo di opacità.
Nel dibattito pubblico mainstream le crypto restano ancora una “macchia” da aggiungere al quadro, non un’attività da analizzare nel merito. Finché basterà pronunciarne il nome per suggerire un’ombra, il pregiudizio continuerà a correre più veloce dei fatti.
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