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Petrolio e Iran: perché si rischia la recessione?

Stati Uniti e Israele attaccano l'Iran, uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo. Ecco perché potrebbe innescarsi una recessione globale.

Petrolio e Iran: perché si rischia la recessione?

Scoppia il conflitto in Iran

Petrolio e Iran: cosa potrebbe succedere con lo scoppio della guerra tra questo Paese, gli Stati Uniti e Israele? Ecco alcune considerazioni che devi sapere.

In questo articolo faremo spesso riferimento a crisi, recessione e via dicendo. Tuttavia, ciò non vuol dire che abbiamo sicuramente davanti a noi un lungo periodo di difficoltà. Un evento come questo può portare grandi shock ai mercati e impattare negativamente sull’economia globale, ma non è detto che accadrà di certo. Giocherà un ruolo fondamentale la durata di questo conflitto e il mantenimento della stabilità nella regione, ma solo con il passare dei giorni capiremo quale sarà la direzione.

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Petrolio e Iran: arriva la recessione?

Andiamo dritti al punto e capiamo perché si rischia una recessione in queste condizioni.

Le motivazioni sono differenti e si comincia da quella più diretta: l’Iran è uno dei principali produttori di petrolio al mondo. Parte dell’OPEC, questo Paese è stabilmente nella top 5; a gennaio 2026, la produzione si è assestata sui 3 milioni di barili di greggio al giorno: non poco.

Lo Stato che acquista più petrolio in assoluto dall’Iran è la Cina. Nel dettaglio, ben l’80% del petrolio esportato dalla Persia finisce proprio nei porti cinesi, pronto per la lavorazione e il consumo interno.

Già questa affermazione dovrebbe far comprendere la portata di una riduzione dell’estrazione di greggio in Iran. Infatti, la Cina si ritroverebbe con meno petrolio a disposizione e, sebbene potrebbe reperirlo altrove, non è una questione così semplice e immediata. Considerando poi che il gigante asiatico è una superpotenza e fabbrica davvero di tutto, con destinazione il mondo intero, potrebbe esserci uno shock sulla produzione e sulla filiera.

C’è di più e qui entra in gioco la geografia del territorio. L’Iran ha subito l’attacco da Israele e gli States, rispondendo con il lancio di missili contro lo Stato ebraico, delle basi americane in Qatar, Emirati, Bahrain e Kuwait e obiettivi sensibili sui territori.

Nell’immediato, l’effetto della guerra ha portato al blocco immediato del traffico aereo sopra il territorio iraniano, oltre a ritardi e blocchi sui voli che passano ad esempio dagli Emirati. Non dimentichiamo che questo territorio è uno snodo fondamentale dell’aviazione mondiale, soprattutto tra Europa e Oriente. Non è un caso se i titoli azionari delle compagnie aeree siano andati in difficoltà.

L’Iran potrebbe reagire anche in altro modo, ossia bloccando/interferendo con le operazioni commerciali che passano dallo Stretto di Hormuz. Qui, nel 2025 sono transitati quotidianamente oltre 14 milioni di barili di petrolio, ben 1/3 di quanto viene esportato via mare in tutto il mondo. Buona parte di questo petrolio finisce in Cina, India, Corea del Sud e Giappone, tutti Paesi che hanno un ruolo di peso nell’economia del pianeta.

In aggiunta, più o meno il 20% del gas naturale liquido passa da questo stretto. Il Qatar ha già fermato la produzione di GNL dopo degli attacchi via droni iraniani.

C’è una via alternativa? Via mare no, il passaggio è quello. Le petroliere (e le navi commerciali) dagli Emirati Arabi Uniti, dal Qatar, dal Bahrein, dal Kuwait, dall’Iraq e da alcuni porti dell’Arabia Saudita devono per forza di cose passare dallo Stretto di Hormuz.

Ci sono delle alternative via pipeline. Ad esempio, l’Arabia Saudita dispone di infrastrutture che collegano la costa est (ossia quella sul Golfo Persico) alla ovest (sul Mar Rosso). Tuttavia, queste condotte possono sostenere solo una piccola parte dei carichi di petrolio destinati alle petroliere.

Se poi vogliamo aggiungere un altro dato, pure a ovest ci sono i problemi: per andare sull’Oceano Indiano c’è di mezzo il passaggio sullo stretto di Bab el-Mandeb ,vicino allo Yemen dei ribelli Houthi. Questo chokepoint è pattugliato dalle marine di diversi Paesi per garantire il passaggio delle navi cargo, petroliere e gassiere, ma di tanto in tanto i ribelli riescono a colpire con dei missili i vascelli.

Se dovesse innescarsi un blocco efficace dello Stretto di Hormuz di durata significativa, l’offerta di petrolio mondiale subirebbe uno shock. La conseguenza, lo dicono anche gli esperti, sarebbe una recessione su scala globale. Qualcosa di notevole sta già accadendo: Sky News e altre testate giornalistiche riportano di oltre 150 petroliere, gassiere e metaniere ferme nei pressi dello Stretto di Hormuz. Alcune compagnie come MSC avrebbero anche ordinato di rientrare verso porti sicuri.

Mettendo da parte le possibilità di recessione, una grave conseguenza è già in atto: il greggio salirà di prezzo data la maggior difficoltà a distribuirlo che avrà un impatto sull’offerta, oltre ad altre dinamiche come i premi assicurativi. I carburanti costeranno di più, con ripercussioni anche sull’energia elettrica e sui prezzi di beni e servizi. Vale lo stesso discorso anche per il gas. Tutti meccanismi che nel breve periodo pesano sui portafogli, mentre nel lungo contribuirebbero al rallentamento economico.

Qui sotto un’immagine di Google Maps da noi redatta, che illustra l’importanza del chokepoint dello Stretto di Hormuz.

Petrolio e Iran: arriva la recessione?

Petrolio e recessione: qual è il collegamento?

Il petrolio è una delle materie prime fondamentali per l’economia mondiale.

Da un lato è un’importante risorsa per la produzione di svariati materiali. Pensiamo alla plastica, a determinati oli e molto altro ancora.

Vi è poi l’ovvia utilità in ambito dei trasporti. Che si parli di navi, aerei o mezzi terrestri, la maggior parte è alimentata a benzina, gasolio o kerosene, tutti prodotti che hanno come base proprio il greggio.

Andiamo però oltre, perché il petrolio è fondamentale anche nella produzione di energia elettrica. A volte la si produce mediante fonti pulite come l’eolico, il solare, l’idroelettrico o il geotermico; in altri casi, si bruciano gas o petrolio per ottenere il vapore necessario a fare girare specifiche turbine che generano energia elettrica.

Uno shock all’offerta petrolifera significa dover “tirare i remi in barca” ed essere parsimoniosi in termini di consumi di energia elettrica. Nei Paesi fortemente dipendenti dal petrolio per creare elettricità, questo porta a un rallentamento della produzione interna di beni e servizi. Quando questi Stati sono molto interconnessi e di peso, le conseguenze si estendono anche ai partner commerciali e, sempre per propagazione, al resto del mondo.

Nel complesso, considerando elettricità, trasporti e riscaldamento, il petrolio copre circa 1/3 del consumo energetico globale. Facciamo due conti e capiremo subito la magnitudo che avrebbe una produzione ridotta.

Il mix energetico europeo si regge per oltre il 35% sul petrolio.

Esistono delle riserve strategiche di petrolio?

Sì, molti Paesi dispongono di riserve strategiche pensate proprio per queste occasioni. Tuttavia, esse sono limitate e non possono garantire lunghi periodi di normalità.

Le riserve hanno il ruolo di ridurre lo shock e tappare momentaneamente la falla, ma non possono tenere a galla la nave per mesi e mesi. Data la delicatezza del momento, dobbiamo considerare che lo scenario potrebbe risolversi a breve, così come protrarsi per molto. Dopotutto, gli anni Settanta dello scorso secolo ci hanno insegnato proprio questo: quando si innescano crisi geopolitiche ed energetiche, bisogna essere pronti al peggio.

L’Italia e i Paesi europei hanno l’obbligo di detenere delle riserve per far fronte proprio a queste situazione. Queste però non possono controllare la corsa dei prezzi, ma solo limitare l’impatto sull’economia. Si tratta infatti di riserve destinate alle emergenze e non da distribuire con leggerezza per il consumo.

Guerra in Iran e tensioni sui mercati

La guerra è scoppiata in pieno weekend, quando i mercati finanziari tradizionali erano chiusi.

Questa mattina, le piazze europee hanno aperto in negativo e continuano a restare con decisione in territorio rosso. Anche la sessione asiatica è stata all’insegna delle perdite salvo qualche eccezione, tra cui proprio Shanghai. In ogni caso, precisiamo che non si tratta di un crollo, ma di correzioni nell’ordine del 2/2,5%.

Negli Stati Uniti, tutti i principali indici sono in negativo, seppur di poco (<1%). Storicamente, gli shock sono riassorbiti abbastanza in fretta, sarà così anche questa volta? Oppure la resilienza dei mercati tradizionali si prenderà una pausa?

In attesa di queste risposte, uno sguardo su bitcoin e le crypto per chiudere. Anche qui troviamo perdite contenute. Se estendiamo le osservazioni sui 7 giorni, notiamo addirittura che alcune coin e token sono in positivo: è il caso di Ethereum (+1,5%) e Solana (+3,7%). Bitcoin resta esattamente in pari. A questo giro, il mercato crypto ha avuto modo di anticipare la finanza.

Insomma: poteva andare decisamente peggio.

Fonti dei dati e approfondimenti:


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