Gli attori istituzionali e le criptovalute dopo il MiCA

Di Gabriele Brambilla

Banche, fondi e società fintech sono sempre più interessate alle crypto. L'approvazione del MiCA spinge ulteriormente il trend e candida l'Europa come protagonista

Gli attori istituzionali e le criptovalute dopo il MiCA

Crypto, blockchain e istituzionali

Gli attori istituzionali, come banche e fondi di investimento, hanno da sempre un ruolo centrale nel portare sulla scena nuovi prodotti e servizi finanziari. Le criptovalute non sono da meno: per diventare davvero mainstream, devono necessariamente passare da questi canali.

Il viaggio che porta all’adozione di massa è lungo e ormai iniziato diversi anni fa. Già nel 2017, nell’epica bull run che solo alcuni hanno vissuto, diverse realtà istituzionali si avvicinarono a criptovalute e blockchain.

L’arrivo della pandemia e dei conseguenti problemi economici non fece altro che spostare ancora una volta i riflettori su coin e token. Come possiamo immaginare, l’interesse di banche & co. divenne ancor più intenso.

Poche righe sopra abbiamo menzionato la blockchain. È importante ricordarsi che solo una parte dei servizi proposti dagli istituzionali mette al centro le criptovalute; in molti casi, è la tecnologia blockchain a essere la reale protagonista. A prescindere da ciò, il passaggio da questi attori è fondamentale.

Oggi viviamo un momento particolare, in cui troviamo approcci regolatori completamente differenti. La regolamentazione va a braccetto con gli istituzionali: senza delle norme chiare e precise, è difficile poter offrire certi servizi; al tempo stesso, leggi troppo stringenti (o addirittura divieti) frenano lo sviluppo dell’industria.

In questo senso, l’Unione Europea sta sperimentando una fase di estrema vivacità. La definitiva approvazione del MiCA ha aperto le porte a banche, fondi e fintech interessate al comparto crypto. Proprio ora, il nostro continente sta “mangiando” la concorrenza mondiale: tantissimi istituzionali vogliono avviare attività nei confini UE.

Se invece guardiamo agli Stati Uniti, situazione completamente ribaltata: criptovalute bersaglio di SEC e associati, con discussioni forti sul loro futuro tra politici del Congresso e governanti. Un guazzabuglio da cui è impossibile trovare un punto da cui partire. Ora la scena è dominata dallo scontro tra la Commission e Coinbase, uno dei principali exchange in assoluto.

Ma lo scenario non si esaurisce qui: tra ban e apertura, il mondo è davvero vario anche per quanto riguarda l’approccio a coin e token.

In questo focus studieremo alcune applicazioni in voga tra gli istituzionali. Partiremo dai derivati, già sulla scena da tempo, indispensabili per poter continuare a crescere. Ci sposteremo poi in Europa e, dopo un rapido ripasso sui principali contenuti del MiCA, vedremo come l’industria si sta sviluppando.

Questo approfondimento è stato pubblicato in esclusiva sulla nostra newsletter Whale Weekend del 19 maggio 2023. Iscriviti per non perdere articoli inediti, analisi, news della settimana e tanto altro ancora!

Derivati e prodotti crypto

Come molti di noi sapranno, i derivati sulle criptovalute sono sulla scena già da anni. Questi prodotti sono indispensabili per la crescita dell’industria, perché non tutti i potenziali investitori vogliono comprare coin e token sul mercato spot, dotarsi di wallet e conservarli nel tempo.

Data l’abbondante speculazione, molti preferiscono poter operare su prodotti più rapidi da scambiare, nonché meno impegnativi da detenere. Oltretutto, i derivati contribuiscono a portare parecchia liquidità sul mercato.

Il prodotto derivato più “semplice” (doverosamente virgolettato) è il future su una singola criptovaluta, come potrebbe essere quello su Ethereum. Esistono però soluzioni più complesse, come quelle che prevedono un paniere di coin e token legate a un certo settore (ad esempio NFT o metaverso), così come degli indici (per esempio “prime 10 criptovalute per capitalizzazione di mercato).

Troviamo poi anche altri prodotti, come gli ETF, da tempo discussi. In alcuni importanti Paesi sono vietati, in altri ci si deve muovere con cautela, in altri ancora c’è totale libertà.

Degli ETF su bitcoin e altre crypto sono perfetti per far avvicinare qualsiasi tipologia di investitore, perché la gestione è interamente nelle mani di chi offre il prodotto stesso. L’investitore non è quindi obbligato a curare gli aspetti di sicurezza e conservazione delle coin, così come non deve seguire continuamente notizie e mercato. Questo approccio va un po’ contro la “filosofia The Crypto Gateway”, dove la formazione è al centro di tutto quanto; è però innegabile che l’ETF è un prodotto comodo e utile in determinate circostanze.

Da considerare anche i classici fondi di investimento, sempre più propensi a includere una (piccola) componente crypto nel portafoglio. In questo modo si aumenta la diversificazione senza però esporsi eccessivamente ai rischi.

Perché questa rapida panoramica? Prima di entrare nel vivo dell’Unione Europea post-MiCA, era necessario precisare che esistono già strumenti finanziari legati alle crypto. Così come ci sono soluzioni di pagamento, applicazioni aziendali e tanto altro ancora in cui le criptovalute hanno un ruolo da protagonista (o da spalla, assieme alla blockchain).

Tuttavia, la parola d’ordine finora era una: caos. Non c’era un set normativo su cui fare affidamento e le continue dichiarazioni politiche generavano ancor più dubbi. Come può un’azienda, una banca, un fondo o una startup avviare un progetto in questo contesto? Quanti investimenti sarebbero potenzialmente andati in fumo? Che dire poi dei problemi legali? La situazione americana mostra proprio questo scenario, totalmente deleterio per l’industria.

Non dimentichiamoci poi delle persone: come può un potenziale investitore approcciarsi alle criptovalute senza un minimo di garanzia? Coloro che studiano il settore e si mantengono informati (stiamo parlando anche di te!) sono solo la minoranza: tanti altri rinunciano in partenza proprio per le incertezze.

Il Markets in Crypto-Assets viene in nostro soccorso e getta delle solide basi su cui l’industria potrà crescere. L’Europa ha pienamente centrato il bersaglio, perché dopo una manciata di giorni dalla definitiva approvazione, parecchie società stanno annunciando investimenti e progetti nel settore blockchain e crypto. Ciò testimonia che con il giusto set normativo, gli istituzionali si affacciano subito alla finestra. Cosa dice a grandi linee il MiCA? Scopriamolo nel prossimo paragrafo.

Derivati e prodotti crypto

Regolamento MiCA: cenni

Esploriamo che cos’è il MiCA e quali sono i principali punti cardine.

Il MiCA, sigla di Markets in Crypto-Assets, è il nuovo regolamento europeo sugli asset crypto. Frutto di anni di lavoro, mira a disciplinare un’industria che nonostante il difficile 2022 è in continua crescita. L’Unione Europea è storicamente molto reattiva con le novità e il MiCA ne è una dimostrazione.

Gli addetti ai lavori non hanno di certo avuto vita facile: inquadrare un settore così nuovo e differente rispetto ad altri esistenti ha richiesto parecchio lavoro. Il risultato finale, seppur non privo di sbavature, può lasciarci piuttosto soddisfatti.

Il MiCA (noto anche come MiCAR) suddivide gli asset crypto in:

  • Asset-Reference Token (ART), peggati a uno o più asset, anche crypto;
  • E-Money Token (EMT), di fatto le stablecoin, in quanto asset peggati a una valuta ufficiale;
  • Altri cryptoasset.

Esclusi dalla ratio del regolamento NFT e DeFi. Forse in futuro potranno esserci delle modifiche, anche se sembra difficile regolamentare questi comparti, soprattutto la finanza decentralizzata. Parentesi: se vuoi saperne di più sugli aspetti fiscali, da’ uno sguardo al nostro articolo dedicato alle tasse sulle criptovalute in Italia.

Spazio ovviamente alla disciplina degli operatori del settore, in primis le realtà CeFi. Questo intervento era doveroso e trova ancor più senso se ripensiamo a FTX, Celsius e BlockFi, citando i grandi nomi crollati lo scorso anno.

Il regolamento, composto da oltre 500 pagine e che ha portato enorme carico di lavoro anche sulle spalle dei traduttori, riesce a inquadrare e disciplinare efficacemente il settore, almeno sulla carta. Ora le varie agenzie dovranno fare in modo di preparare l’ambiente per il suo arrivo, previsto il prossimo anno.

Per saperne di più, puoi consultare di tanto in tanto il nostro approfondimento sul MiCA, che espanderemo e renderemo sempre più completo nel corso del tempo.

Tenendo in mente che ora possiamo contare su regole certe e non c’è più spazio per i dubbi, scopriamo come il regolamento MiCAR stia già impattando positivamente sull’industria crypto in Unione Europea.

Gli attori istituzionali post MiCA

Gli attori istituzionali stanno dandosi decisamente da fare. Se prima del MiCA il lancio di un servizio o prodotto crypto era molto complesso, perché ci si doveva interfacciare con 27 normative differenti (e spesso frammentate e poco chiare), ora si dispone di un quadro certo. Nel momento in cui gli istituzionali sanno quali sono i confini, cosa possono fare e soprattutto come, se c’è del potenziale dietro l’idea, stiamo pur certi che la vedremo sbarcare sul mercato.

Anche prima dell’arrivo del MiCA, l’Europa era già un ambiente abbastanza favorevole per le criptovalute. Per esempio, riprendendo una nostra notizia, se mettessimo assieme le banche crypto-friendly del Nord America, dell’Asia e dell’Australia, non raggiungeremmo quelle europee: 53 contro 55. Ciò è dovuto a delle politiche più orientate a non tarpare le ali a un’industria dall’enorme potenziale.

L’avvento del regolamento MiCA elimina qualsiasi dubbio ed è adesso che arriverà il bello. Se già abbiamo a disposizione servizi e prodotti in qualche modo legati alle crypto, dobbiamo tenere presente che tanti altri attori istituzionali sono finora rimasti a guardare.
L’incertezza non piace a nessuno, soprattutto a compagnie che investono milioni (se non miliardi) per sviluppare nuove proposte. Senza più il timore di ban improvvisi, cause legali e quadri di difficile interpretazione, il duo istituzionali-crypto in Europa potrà solo crescere.

Sono passate poche settimane dalla votazione del MiCA al Parlamento Europeo e già giungono notizie di banche, fintech e anche aziende esterne al mondo finanziario interessate in qualche modo al web3. La maggior parte dei prodotti e servizi ruota attorno agli investimenti sulle criptovalute, ma c’è anche chi guarda ad altro, come sistemi di pagamento e scambio.

Dati alla mano, l’impatto del Markets in Crypto-Assets è già positivamente devastante. Secondo PitchBook, confrontando i dati di Q1 2022 e Q1 2023 sugli investimenti in progetti crypto in Europa dei Venture Capital, la cifra è quasi decuplicata. Il perché è semplice da intuire: seppur l’approvazione del MiCA sia avvenuta ad aprile, già dallo scorso anno ne conoscevamo il testo ed eravamo al 99% sicuri della sua approvazione. Ciò è stato sufficiente a spingere questi grandi player a buttarsi nella mischia e portarsi avanti rispetto ai competitor più prudenti.

In futuro potremo aspettarci un’offerta dedicata alle criptovalute da parte di numerose banche e fondi. Inoltre, è probabile che le fintech già crypto-native potranno trovare più spazi di manovra e beneficiare di maggiore crescita.

Sapere come muoversi dà la possibilità anche di rivoluzionare concetti fissati nel corso dei secoli, come quello di banca. Ne è l’esempio Unstoppable Finance, al lavoro per lanciare una banca-DeFi, commistione di mondi diametralmente opposti ma che potrebbero confluire in qualcosa di nuovo, futuristico e positivo per l’utente finale.

L’Europa ha dimostrato intelligenza e sta già raccogliendo ottimi frutti, “mangiando” il mercato e calamitando montagne di investimenti nei sicuri confini dell’Unione.

Non dimentichiamoci poi delle maggiori sicurezze di cui potranno godere i cittadini, perché ora gli operatori saranno obbligati a sottostare a norme rigide.

Tra l’altro, le regole erano chiamate a gran voce proprio dagli stessi exchange e realtà CeFi, come Binance e Coinbase. Quest’ultima ha appena iniziato una lunga battaglia con la SEC, di recente ancor più incattivita verso le criptovalute. Possiamo quindi apprezzare il confronto tra un ordinamento dotato di leggi e uno in cui tutto è ancora casuale.

Forse però alla Commission si sono accorti di aver sbagliato approccio. Recenti dichiarazioni di Hester Price, commissario della SEC, dipingono il MiCA come un possibile modello di riferimento per gli Stati Uniti, dato che, citando:

“Ci stiamo sparando sui piedi non avendo un buon regime normativo negli Stati Uniti”

Finora abbiamo parlato di attori istituzionali e mondo della finanza. L’impatto della normativa sarà però importante anche per altre industrie che vogliono in qualche modo integrare la blockchain, o lanciare/sfruttare prodotti e servizi che si appoggiano a essa ed eventualmente anche alle criptovalute.

Non avere regole non è mai un buon biglietto da visita. La tecnologia blockchain è rivoluzionaria ma ha spesso pagato dazio su eventi legati a uno dei prodotti costruiti su di essa: le criptovalute. Come può svilupparsi un comparto se finisce (ingiustamente) al centro delle polemiche a ogni crollo ed evento caotico? Come può un’azienda pensare di lanciare qualcosa basata su di essa, senza preoccuparsi dei pensieri di clienti e azionisti?

Eliminando parecchie incertezze, il MiCA apre la strada a qualsiasi tipologia di applicazione blockchain, purché nel rispetto delle regole. Azionisti, clienti e partner arriveranno volentieri, tranquillizzati dal fatto che dietro le quinte ci sarà un set normativo all’altezza della situazione.

Abbiamo parlato parecchio del MiCA mettendolo in buona luce. Nonostante i toni, questo approfondimento non vuole essere uno “spazio pubblicitario” per il Markets in Crypto-Assets, anche perché restano delle imperfezioni da eliminare, nonché dei punti discutibili.

Però, da cittadini europei, dobbiamo essere felici dell’impatto che sta avendo: maggiori investimenti portano più soldi e danno vita a un circolo virtuoso. L’Europa potrebbe davvero diventare uno dei centri di riferimento per l’industria, ponendosi in una posizione privilegiata rispetto a tanti altri Stati.

Gli attori istituzionali post MiCA

CBDC: prospettive e criticità

In questa disamina sullo scenario crypto in ambito istituzionale, con occhio soprattutto all’Unione Europea, non ci resta che chiamare in causa le CBDC.

Le Central Bank Digital Currencies sono da tempo in discussione in vari Paesi e ordinamenti. Per semplificare al massimo il concetto, si tratta di stablecoin ufficiali, emesse direttamente dalla banca centrale di quel determinato Stato o, nel caso europeo, dell’Unione.

La principale differenza con le classiche valute stabili sta proprio nell’emittente.

Nelle realtà come USDT e USDC, sono delle aziende private a detenere le riserve ed emettere la stablecoin; in altri casi, come DAI, dietro le quinte c’è una piattaforma DeFi (nell’esempio è MakerDAO).

Le CBDC hanno dietro le spalle le stesse banche centrali che emettono la valuta ufficiale al quale sono peggate.

Da un lato e sulla carta, queste monete portano certamente dei grandi vantaggi lato sicurezza e affidabilità. Inoltre, una stablecoin emessa da una banca centrale è probabilmente più appetibile per le masse, gli istituzionali e altre società grandi e piccole.

Ci sono però diverse problematiche, tra cui elenchiamo carenza di privacy, possibilità di censura e/o di inversione delle transazioni, eventuali rischi sistemici e via proseguendo. Queste criticità non accomunano tutte le CBDC ma potrebbero manifestarsi. In più, precisiamo che anche le crypto stabili classiche non sono immuni dai problemi.

In aggiunta, le stablecoin delle banche centrali non sono viste di buon occhio da parecchie persone coinvolte nel settore crypto, in quanto troppo distanti dal concetto di criptovaluta stesso.

La CBDC europea è già in fase di sviluppo e il MiCAR le ha definitivamente spianato la strada. Altri Stati hanno già una propria stablecoin ufficiale, oppure si apprestano a introdurla.

Tornando sul sentiero e concludendo, le CBDC portano sia potenzialità che problematiche. I player istituzionali sapranno probabilmente approfittare delle prime e limitare le seconde, anche se solo la prova dei fatti potrà confermare questa tesi.


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