Ordinals, cosa sono gli NFT di Bitcoin

Di Davide Grammatica

La community crypto è stata recentemente scossa dagli Ordinals, ovvero risorse digitali simili a NFT, ma su Bitcoin. Come funzionano?

Ordinals, cosa sono gli NFT di Bitcoin

Gli NFT sono anche su Bitcoin

Attorno agli Ordinals le discussioni e le polemiche sono sorte fin da subito. La community Bitcoin è letteralmente impazzita sui canali social, e ormai non può fare a meno di constatare la portata dell’ultima novità che ha preso d’assalto l’ecosistema.

Giusto negli ultimi giorni, le “Ordinal Inscriptions” hanno raggiunto quota 100mila, e gli utenti hanno invaso la rete con i più vari contenuti multimediali.

Queste “Ordinal Inscriptions” possono essere intese come dei comuni NFT, ovvero risorse digitali, ma “inscritte” su satoshi, il quale rappresenta l’unità minima di un BTC (0,00000001 BTC, più precisamente). Una questione “linguistica”, insomma, che vuole però segnare un discrimine ben preciso tra le due cose.

Gli artefatti digitali (e non NFT)

Per iniziare, parliamo un po’ della blockchain Bitcoin e di alcuni fondamentali update.

L’”inscription” su un satoshi, è stata resa possibile dall’aggiornamento Taproot, lanciato sulla rete lo scorso 14 novembre 2021, con l’obbiettivo di incrementare il livello di privacy on-chain, migliorare la scalabilità e la sicurezza dell’ecosistema, e soprattutto consentire di creare script nuovi in precedenza troppo complessi o costosi.

Da quel momento, in qualche modo, alcuni nuovi sviluppatori hanno iniziato a lavorare per portare token non fungibili o NFT nella blockchain. La questione è stata delicata fin da sempre, con diversi esponenti della community decisamente contrari all’apertura di Bitcoin a questa tecnologia.

Perché, in effetti, alcuni sviluppatori hanno lavorato per portare token non fungibili nella blockchain più rilevante dell’industria fin dal 2014, con la collezione Rare Pepe NFT di Counterparty, oppure con Stacks nel 2017.

Il processo di “Inscription”, invece, è stato introdotto alla rete Bitcoin nell’aggiornamento SegWit, nel 2017, che ha permesso di “inscrivere” i dati nel “testimone” (“segregated witness” o SegWit, appunto) della transazione Bitcoin.

Qualcosa di semplice ma innovativo, in primo luogo perché non andrebbe ad intaccare le “regole” fondative dell’ecosistema Bitcoin. Tante piccole soluzioni, e messe insieme in un modo che dev originali non avevano previsto.

Ogni “Inscription”, quindi, non sarebbe da considerarsi NFT, ma “artefatto digitale”, ovvero immutabile e inserito nella blockchain in modo perenne. Questo, a differenza dei comuni NFT su Ethereum o Solana, i cui metadati possono essere anche modificati successivamente o cancellati dal creatore dello smart contract (se lo permette).

Un Ordinals, inoltre, è memorizzato nel suo insieme sulla chain, e non è un semplice link che inoltra a un server esterno in cui sono custoditi i dati.

Il contenuto, sia esso un file Jpeg o un videogioco, è memorizzato direttamente nello spazio di un blocco Bitcoin utiizzando una codifica che rende possibile consultare le Inscription direttamente da un browser.

I dati, a loro volta, come si accennava, sono contenuti nella sezione del blocco detta “witness”, che grazie a Segwit (che ha permesso a sua volta di ottimizzare lo spazio nei blocchi), garantisce alle Inscription di occupare spazio fino al limite di 4MB imposto dal protocollo.

I satoshi viaggiano quindi attraverso le transazioni, e precisamente si muovono dagli output (UTXO) di una transazione venendo “sbloccati” dagli input di una successiva.

L’iscrizione di trova appunto in questi input, e il sat può quindi essere trasferito con le regole tipiche di ogni comune transazione.

"Qualcosa di semplice ma innovativo, in primo luogo perché non andrebbe ad intaccare le “regole” fondative dell’ecosistema Bitcoin"

Quindi, perché “Ordinals”?

Per capire come si è giunti alla realizzazione di questo strumento, bisogna partire dall’assunto che ogni sat minato possa essere associato ad un numero. Ovvero uno per ognuno dei (quasi) infiniti satoshi minati fino ad ora (circa 19 milioni *10^7).

A ognuno di questi è quindi associabile un Ordinal, la cui rarità deriva direttamente dal protocollo, per esempio per il fatto di essere il primo sat di un determinato blocco, di essere il primo dopo un “difficulty adjustment”, oppure il primo satoshi del primo blocco dopo un halving.

È quindi fin da subito possibile anche risalire alla total supply (finale, come se i bitcoin fossero minati nel loro complesso) degli Ordinals, caratterizzata da 2.1 quadrilioni “common”, 6,929,999 “uncommon”, 3437 “rare”, 32 “epic”, 5 “legendary” e 1 “mytic” (che però, essendo nel primo blocco della chain, è di default di proprietà di Satoshi Nakamoto).

Come funziona un Ordinals

Il primo passo per la creazione degli Ordinals consiste nello sfruttare il software Bitcoin Core che si possa sincronizzare un nodo con la blockchain. Una volta fatta, si potranno inviare i satoshi relativi a un proprio wallet Ordinals.

L’aggiornamento SegWit, nel 2017, aveva risolto alcuni bug relativi proprio a Bitcoin Core, consentendo più transazioni per blocco e gettando le basi per canali di pagamento layer-2, come il famosissimo Lightning Network.

E anche in quella circostanza le polemiche non furono poche, portando come conseguenza alla creazione di un hardfork della rete e della nascita di blockchain alternative come Bitcoin Cash o Bitcoin SV.

Il dibattito aperto

Anche a questo giro i detrattori non mancano, ma Casey Rodarmor, sviluppatore principale del progetto Ordinals, affermerebbe che tutte queste polemiche poggiano su basi infondate.

Il tutto partendo dalle soluzioni offerte da Taproot stesso, che ha consentito, attraverso un dispositivo chiamato Schnorr, di far “cooperare” tutte le parti in una transazione perché queste (complesse) possano apparire come transazioni standard, combinando le loro chiavi pubbliche per crearne una nuova così come le firma.

In sostanza, confondendo le transazioni rendendo più difficile identificare gli input sulla blockchain, col fine di migliorare la privacy e riducendo, al contempo, i costi di transazione.

Sempre secondo Rodarmor, i blocchi, “affinché Bitcoin sia sicuro, devono essere pieni. In caso contrario, “nessuno avrebbe motivo di pagare più della commissione minima per includere le proprie transazioni in un blocco”.

I “puristi”, tuttavia, sono contrari al progetto, e sostengono come le iscrizioni riempiano lo spazio dei blocchi escludendo le transazioni finanziarie, le quali dovrebbero avere un grado di legittimità superiore. E questo escludendo che gli Ordinals possano far aumentare la domanda di spazio per i blocchi stimolando il mercato delle commissioni.

Le prospettive degli NFT su Bitcoin

La partita, in questo momento, si sta giocando principalmente nel trovare soluzioni più fluide per le “inscription”, nonché wallet che rendano possibile visualizzare l’NFT una volta creato. E magari sulla scia di Gamma, un marketplace su Stacks che ha iniziato a offrire un servizio a pagamento che consente agli utenti di “iscrivere” immagini e testo.

Ad ogni modo, i volontari, in questo senso, non mancano. Anche Oridalsbot, progetto che ha dato la luce alla raccolta Satoshibles NFT, sta lavorando in questa direzione, e realtà come Hiro Systems o Xverse hanno annunciato l’implementazione per il supporto degli Ordinals  sul loro wallet.

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Ecco, per concludere, un video di approfondimento su NFT su Bitcoin, ordinals e inscriptions:


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