Clarity Act: lo scontro finanziario blocca la legge crypto
Stablecoin, rendimenti e flussi di liquidità: la legge crypto va in stallo per la paura finanziaria e gli ostacoli normativi
Indice
Introduzione al focus on
Il mercato crypto corre e, ancora una volta, lo fa ben più veloce delle normative. Il Clarity Act, il disegno di legge che avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta nel mercato USA, si ferma.
Non manca certamente un consenso sulla necessità di regolamentare il settore, bensì manca un chiaro accordo tra le parti in gioco su quali siano le necessità e, di contro, quali siano i limiti non oltrepassare.
Da una parte l’amministrazione Trump spinge per un’approvazione, in un contesto di necessità. Dall’altra, tuttavia, i dibattiti si alimentano, tra quali siano i limiti necessari a tutelare il sistema e quali, nella realtà, si rivelino solamente un ostacolo allo sviluppo.
Gli ostacoli allo sviluppo non mancano, così come non mancano le pressioni da parte del sistema bancario per un tema cruciale: le Stablecoin. Il settore crypto oggi offre strumenti concreti per uno sviluppo del sistema finanziario, ma la paura di ridefinire ruoli consolidati espone non poche fragilità.
La legge si ferma
Nell’ultima settimana, il contrasto tra le parti è stato evidente. Da una parte, durante un intervento al World Economic Forum, il Presidente USA Donald Trump ha ribadito l’intenzione di arrivare presto all’approvazione di una legge crypto. Un passo definito fondamentale per garantire agli Stati Uniti una posizione strategica rispetto allo sviluppo globale.
Il messaggio è chiaro: la regolamentazione deve procedere, e deve farlo in fretta.
Da Washington, però, la realtà è diversa. Il Senate Banking Committee ha rinviato gli sviluppi sul Clarity Act, rimandando il markup e spostando l’attenzione su temi ritenuti prioritari. Le discussioni sul tema normativo crypto sono rimandate a data da destinarsi, imponendo di fatto, un freno alla legge crypto.
Ancor prima, a complicare gli sviluppi ci sono stati diversi retro front. Coinbase, in primis, ha ritirato fermamente il suo supporto nella settimana precedente, mettendo in chiaro le problematiche legate al disegno di legge.
Per riassumere, i temi principali in questione sono 4:
- Un esclusione di fatto dai titoli tokenizzati dal perimetro crypto, congelandone, di fatto, gli sviluppi negli Stati Uniti.
- Ambiguità sulle normative in tema DeFi, con rischi eccessivi per intermediari e sviluppatori, nonché una forte stretta alla privacy, in un settore dove, con un semplice indirizzo è possibile ripercorrere l’intera storia dei fondi di un utente.
- Un riequilibrio incompleto dei poteri tra CFTC e SEC, con una suddivisione dei compiti diversa rispetto alla finanza tradizionale.
- Divieto di rendimento sulle stablecoin per la sola detenzione, percepite come una minaccia diretta ai depositi bancari.
Quattro nodi che hanno irrigidito il pettine rendendo quasi impossibile un accordo tra politica, industria crypto e finanza tradizionale. Tra tutti i temi sul tavolo, tuttavia, il tema delle stablecoin non trova pace.
Il vero nodo: stablecoin e rendimenti
Il punto cruciale è che ad oggi, il mercato delle stablecoin non è più una nicchia marginale vincolata al settore crypto. Questo, sopratutto per il ruolo che hanno iniziato a ricoprire all’interno dell’ecosistema finanziario globale.
Ad oggi, riportiamo i dati di Defillama, il settore ha recentemente raggiunto un nuovo massimo storico, con quasi $310 miliardi emessi. Valori record, che rispecchiano a pieno l’interesse del pubblico.

È proprio qui, infatti, che il confronto si irrigidisce. Già con l’approvazione del Genius Act, sono stati vietati i rendimenti nativi sulle stablecoin, distribuiti agli utenti a fronte della mera detenzione. Non parliamo di limiti tecnologici, ma di una scelta ben precisa.
Ricordiamo, infatti, che emittenti di stablecoin come Tether e Circle custodiscono la quasi totalità del sottostante in asset produttivi, come titoli del tesoro o prestiti a breve scadenza. La distribuzione di rendimenti rischierebbe di rendere di fatto le stablecoin come un alternativa ai conti deposito bancari.
È proprio su questo punto, infatti, che si accendono i più ampi allarmismi, dove un sistema “crypto-centrico” rischia di diventare un rischio sistemico per la liquidità globale.
Perché le banche temono davvero le stablecoin?
Quando le banche iniziano a parlare chiaramente di “rischio sistemico”, il tema non può più essere considerato marginale. “Le stablecoin che offrono yield rappresentano una minaccia sistemica per il sistema bancario.” Una frase pronunciata da Jeremy Barnum, CFO di JP Morgan.
Il punto centrale, infatti, riguarda la liquidità. I depositi bancari rappresentano la base sulla quale le banche commerciali costruiscono il proprio modello operativo: raccolta di capitali, leva finanziaria ed erogazione del credito.
I capitali presenti nei conti deposito bancari non sono altro che la base fondamentale del sistema a riserva frazionaria dove, grazie alla liquidità presente nell’istituto, possono essere erogati prestiti “in leva”, alimentando un sistema che a tutti gli effetti agisce da immissione di liquidità nel sistema finanziario.
È proprio in questo scenario che le stablecoin tendono a guadagnare spazio. Strumenti liquidi, globali, sempre più utilizzati come “cash” e, l’eventuale aggiunta di rendimenti nativi potrebbe così avviare una vera e propria competizione con i conti deposito.
Una minaccia, ma che al contempo, potrebbe rivelarsi un grande limite per l’espansione del mercato delle stablecoin. Secondo Bank of America, infatti, l’introduzione di rendimenti basati sulla semplice detenzione di stablecoin, potrebbero far fluire nel settore oltre $6.000 miliardi di dollari, una cifra che equivale al 30-35% dell’intera liquidità presente all’interno dei conti deposito di tutte le banche USA.
Tokenizzazione: il mercato corre, la legge frena
Mentre il dibattito resta acceso, sul fronte tokenizzazione lo sviluppo non rallenta. Un segnale chiaro è arrivato dal New York Stock Exchange (NYSE) con l’annuncio di una piattaforma dedicata al trading 24/7 di azioni tokenizzate.
Sebbene il lancio sia soggetto ad approvazione normativa, il passaggio di NYSE risulta fondamentale in questo contesto. Dopo i recenti interessi dichiarati di Nasdaq e CBOE, la borsa di New York si prepara ad una transizione strutturale, con il passaggio verso il trading senza interruzioni, durante la notte e durante il week end.
L’innovazione, come sempre, precede la regolamentazione e ciò accade in un contesto di forte crescita. Il settore dei Real World Asset, ad oggi, è un mercato che conta circa $23 miliardi di dollari, secondo i dati di RWA.xyz. Di questi, oggi, $900 milioni sono relativi a titoli tokenizzati, in crescita di oltre $150 milioni nel corso delle prime settimane del 2026.
Ed è proprio qui, ancora una volta, che il perimetro normativo crea punti di frizione. Esclusi dal testo di legge, i titoli tokenizzati oggi non trovano ancora un proprio posizionamento, sebbene le integrazioni oggi, siano all’ordine del giorno.
Come ricordato in passato da Bitwise, la tokenizzazione del mercato azionario potrebbe intercettare e portare nel mercato crypto, una parte del valore azionario che, ad oggi, ammonta ad un valore di circa $60.000 miliardi di dollari.
Conclusione
Nato come “alternativa” al sistema finanziario, il mercato delle cryptovalute oggi è più un supporto allo sviluppo, nonché il comparto tecnologico pronto a supportare la più grande transizione finanziaria della storia moderna.
Se da un lato l’interesse è elevato e gli incentivi in gioco sono enormi, resta ancora un nodo cruciale da sciogliere: questo cambiamento porta con sé limiti e interessi contrapposti, dove nuovi attori emergono mentre altri, più consolidati, rischiano di perdere terreno.
È proprio qui che il tema normativo si scontra con la politica e con la “vecchia finanza”. Il 2026 sarà senza dubbio un anno di grandi processi e noi, come sempre, saremo qui, insieme a voi a raccontarveli giorno per giorno.
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