Come ridurre le tasse sulle criptovalute in Italia nel 2026
Rispettando al 100% la legge, scopriamo come non pagare le tasse sulle crypto, o comunque pagarne il meno possibile
Le informazioni in questo articolo hanno carattere divulgativo e non sostituiscono la consulenza di un commercialista o professionista fiscale. La normativa è soggetta a modifiche.
Indice
- Pagare meno tasse sulle criptovalute
- Come e quando si calcolano le tasse sulle crypto in Italia
- Niente fattispecie fiscalmente rilevanti
- Compensazione profitti e perdite crypto
- Prestito collateralizzato crypto
- Non pagare le tasse crypto: il liquid staking
- Derivati crypto
- Trasferirsi all'estero per non pagare le tasse
- Attenzione agli spostamenti tra wallet
- Obbligo di dichiarazione SEMPRE
- Conclusioni su come non pagare le tasse sulle crypto
Pagare meno tasse sulle criptovalute
In Italia è possibile ridurre legalmente le tasse sulle criptovalute adottando differenti strategie, tra cui non dar vita a fattispecie fiscalmente rilevanti, la compensazione dei profitti con le perdite, i prestiti collateralizzati, il liquid staking e le conversioni neutrali.
Ecco in breve l’essenziale sulla tassazione crypto nel nostro Paese:
- Aliquota al 26% sulle plusvalenze fino al 2025.
- Dal 2026, l’aliquota passa al 33%.
- Nessuna franchigia sulle plusvalenze dal 1° gennaio 2025 (eliminata con Legge di Bilancio 2025)..
- Imposta di bollo (IC) annuale pari allo 0,2% del capitale.
- Scadenza dichiarazione crypto:
- 30 settembre per il Modello 730;
- 31 ottobre per il Modello PF.
Il tema della fiscalità è sempre di tendenza, soprattutto in un contesto dove cambiano spesso le carte in tavola e le istituzioni non si dimostrano di ampie vedute nei confronti del nostro settore.
Di imposte ne abbiamo già parlato in questo articolo sulla tassazione crypto in Italia, che manteniamo costantemente aggiornato. In questo contenuto vogliamo invece concentrarci su una questione specifica riguardo l’argomento, ossia come non pagare le tasse sulle crypto (legalmente), o pagarne il meno possibile.
Quando la pressione fiscale cresce e lo Stato se la prende con gli investitori in coin e token, bisogna trovare tutti i metodi per tutelare il capitale restando alla luce del sole. Vediamo come fare.
Come e quando si calcolano le tasse sulle crypto in Italia
Fino al 2025, le tasse sulle crypto in Italia erano pari al 26% della plusvalenza effettivamente realizzata. Dai profitti realizzati nel 2026, con la nuova Legge di Bilancio, l’aliquota è aumenta, arrivando a ben il 33% del profitto.
Questo cambiamento è del tutto insensato e non si allinea ai numeri applicati a tutti gli altri asset di investimento. Le criptovalute sono ufficialmente l’asset su cui i guadagni sono più tassati nel nostro Paese.
Già dal 2025 non è più presente la famosa “franchigia” da 2.000€. Di conseguenza, a prescindere dai guadagni realizzati, siamo tenuti a pagare in caso di cashout.
Importante proprio quest’ultimo punto: per fortuna, l’aliquota si applica solo sulle plusvalenze effettivamente realizzate e non su quelle teoriche. Per esempio, se deteniamo bitcoin e siamo in positivo, nulla sarà dovuto finché la plusvalenza non diverrà effettiva. Abbiamo così spoilerato una delle metodologie per non pagare le tasse crypto in Italia restando nella legalità.
Riguardo a quando si calcolano, tutto deve essere effettuato in fase di dichiarazione dei redditi, secondo le istruzioni del proprio commercialista o professionista fiscale.
Per approfondire la tematica a 360°, leggi il nostro super articolo sulla tassazione criptovalute in Italia.
"Dal 2026, la tassazione crypto passa al 33%"
Niente fattispecie fiscalmente rilevanti
La soluzione più semplice per non pagare alcuna tassa consiste nel non dar vita a delle fattispecie fiscalmente rilevanti, tra cui:
- Cessione a titolo oneroso (esempio: vendita di bitcoin in cambio di euro o dollari, il cosiddetto cashout);
- Scambio tra crypto aventi natura diversa (esempio: vendita di bitcoin in cambio di una stablecoin MiCA compliant);
- Proventi da detenzione di criptovalute;
- Acquisto di beni o servizi pagando con plusvalenze crypto;
- Rimborsi in criptovalute.
Per farla ancor più facile, ecco qualche situazione pratica.
Innanzitutto, se non vendiamo le crypto in cambio di valute fiat o stablecoin MiCA compliant, non sussiste un evento rilevante. Per esempio, dovremo evitare di vendere Ethereum in cambio di una stablecoin in regola con la MiCA. Potremmo invece sfruttare soluzioni come USDS (già DAI), che per natura non rientra tra la categoria E-Money token definita dal regolamento europeo, ossia quella che ospita le stablecoin regolarizzate.
Quella appena descritta è una delle pratiche più in voga e su cui abbiamo esperienza diretta: tutto legale e trasparente.
Poi, importante evitare di comprare beni o servizi pagando in crypto. In questo caso avviene infatti una conversione che, in presenza di plusvalenza dell’asset utilizzato per pagare, comporta il pagamento delle imposte.
Attenzione anche a generare proventi, come ad esempio quelli legati allo staking: sono tassabili. Torneremo sul punto tra qualche paragrafo per approfondire meglio.
Quanto detto finora ci consente di guadagnare tempo, ma non di risolvere il problema. Però, l’Italia è un Paese noto per i cambiamenti continui e i meccanismi che permettono di aggirare nella legalità determinati sbarramenti. Un esempio era stata la rivalutazione degli asset, che a date condizioni consentiva di risparmiare parecchio denaro agli investitori.
Continuiamo ad approfondire altri metodi.
Compensazione profitti e perdite crypto
Un’altra metodologia su come non pagare le tasse sulle crypto legalmente è la compensazione dei profitti con le perdite.
Metodo efficace, conosciuto e rodato nel tempo soprattutto sugli asset tradizionali. Il concetto è semplice: vendiamo una o più criptovalute in perdita nella stessa annata in cui realizziamo un profitto. Questa pratica ci permette di ottimizzare l’operatività sul piano fiscale.
Ecco un esempio per capire meglio:
- Abbiamo incassato 2.000 euro di plusvalenza dalla vendita di criptovalute. Per legge dovremmo pagare una tassa crypto del 33% della plusvalenza stessa, quindi 660€.
- Nello stesso anno vendiamo delle nostre crypto in perdita. Per praticità di calcolo, poniamo di avere una minusvalenza di pari importo.
- Il risultato finale è plusvalenza-minusvalenza = 0. Di conseguenza, non dovremo pagare alcuna tassa grazie alla compensazione.
Non sempre si avrà la possibilità di annullare del tutto le tasse crypto, ma di certo avremo modo di ridurle. Per nostra esperienza diretta, consigliamo di ricorrere a questa strategia sempre (per quanto possibile): è facile, sicura e legale al 100%.
Prestito collateralizzato crypto
Quando serve liquidità, la prima cosa che viene in mente di fare è vendere degli asset. In questo caso però andremmo a creare una fattispecie fiscalmente rilevante e dovremmo pagare le tasse in caso di plusvalenza. In più, disinvestire potrebbe non rientrare nei nostri piani.
Un metodo per aggirare il problema è quello di utilizzare gli asset crypto come collaterale e chiedere un prestito. Così facendo non avviene alcuna vendita né conversione e, almeno secondo la legge, non sussistono problemi. Potremo spendere liberamente questo denaro, con il solo obbligo di chiudere il prestito secondo le tempistiche e modalità previste.
Tuttavia, attenzione alle interpretazioni dell’Agenzia delle Entrate. Un funzionario non pratico del mondo crypto potrebbe contestare questa attività e ritenerla comunque una conversione. Di fatto avremmo ragione, ma per dimostrarlo dovremmo entrare in una lunga trafila burocratica, supportati anche da un avvocato esperto in materia. Meglio quindi stare attenti a determinati punti.
Innanzitutto, occhio a girare i soldi ottenuti con il prestito sul conto corrente bancario. Un bonifico improvviso di 10.000 euro dalla CeFi/exchange di turno, come Bitget, potrebbe far alzare le antenne all’Agenzia. Se invece la somma dovesse restare nel mondo crypto ci esporremmo decisamente meno.
Poi, manteniamo tutte le prove dell’avvenuto prestito. In questo modo, se dovessimo addentrarci nelle procedure con l’AdE avremmo ciò che serve per dimostrare di non aver venduto gli asset.
Infine, evitiamo la liquidazione del prestito, perché innescherebbe una vendita e, di conseguenza, un evento fiscalmente rilevante. Esattamente ciò che dobbiamo aggirare. Per non parlare del danno economico dovuto alla liquidazione stessa.
Queste osservazioni valgono anche per le carte crypto come la Nexo Card, che funziona esattamente secondo queste dinamiche: utilizza i fondi crypto come collaterale, ci permette di spendere valuta fiat senza convertire nulla e, in seguito, è necessario caricare l’importo in euro per saldare il debito.
Non pagare le tasse crypto: il liquid staking
Lo staking è un provento da detenzione e rientra nelle fattispecie fiscalmente rilevanti. Tutti i proventi derivanti dallo staking crypto subiscono quindi la tassazione crypto con aliquota del 33%.
L’alternativa furba e legale si chiama liquid staking.
Per chi non lo sapesse, questa modalità operativa di DeFi ci permette di mettere un asset in staking, ricevendo in cambio un altro asset che cresce di valore nel tempo. Di fatto, anziché ottenere una rendita percentuale come nello staking classico, il guadagno viene “caricato” nel valore dell’asset ricevuto. Nel momento in cui vorremo riottenere la coin originale ne riceveremo quindi una quantità maggiore. Questa prassi è ormai molto diffusa su diverse coin, tra cui Ether e Solana. Nel nostro articolo sul liquid staking puoi approfondirne il funzionamento.
Non generando una rendita passiva, il liquid staking permette di dribblare il pagamento delle imposte sullo staking. Oltretutto, trattandosi di scambi di asset di uguale natura (esempio: SOL e mSOL fanno parte della stessa famiglia tra quelle definite dalle normative), non vi è neppure una conversione tra crypto di natura diversa.
Resta però un punto fondamentale: non è un metodo su come non pagare le tasse sulle crypto definitivo. Prima o poi vorremo convertire nuovamente gli asset ed ecco che dovremo fare i conti con plusvalenza realizzata e aliquota. Il liquid staking permette di ritardare la spesa, non di evitarla.
"Il liquid staking può aiutarci a ritardare legalmente le incombenze fiscali"
Derivati crypto
Se non ti interessa avere in tuo possesso criptovalute reali, ma desideri solo operare sul loro valore, i derivati sono quello che fa per te. Utilizzando strumenti derivati non puoi annullare le tasse sulle criptovalute, ma riuscirai a risparmiare ben il 7% dell’aliquota.
Eh sì: mentre le plusvalenze crypto sono tassate al 33%, quelle sui derivati restano all’aliquota standard del 26%. Per intenderci, quella che viene applicata anche ai guadagni sulle azioni, sui forex e sulle materie prime.
Vi è però una complessità di cui tenere conto: i derivati sono strumenti complessi e non adatti a tutti. Quindi, non farti ingolosire dalla possibilità di risparmiare, ma considera il tuo livello di preparazione prima di sfruttarli.
Se vuoi capire meglio come funzionano, ti raccomandiamo di seguire il nostro Corso di trading sui derivati crypto: in formato video e scritto, completo di quiz e gratuito per guidarti nei tuoi primi passi in questo mondo.
"I derivati rientrano sotto l'ala del mercato tradizionale: aliquota al 26%!"
Trasferirsi all'estero per non pagare le tasse
L’idea di alcuni investitori è aspettare che la valutazione degli asset cresca per poi trasferirsi verso destinazioni più favorevoli lato fiscale. Si tratta di una strada un po’ complessa ma assolutamente percorribile, a patto di rispettare tutte le normative vigenti.
Dovremo dimostrare che il trasferimento non è puramente a scopo di aggirare il fisco, ma che è realmente avvenuto. Nel nuovo Paese dovremo quindi avere cose tipo:
- Una casa (in affitto o di proprietà);
- Un conto in banca;
- Una vita, quindi dimostrare di sostenere delle spese (cibo, utenze e via dicendo);
- Eventualmente il lavoro e gli affetti.
L’elenco non è esaustivo, ma vuole dare un’idea generale di quello che si dovrebbe fare. Insomma: se si va seriamente all’estero a vivere, nessun problema. Ma attenzione a pensare di prendere la residenza fiscale altrove per poi restare in Italia. Quest’ultimo caso sarebbe illegale e presto ci ritroveremmo nei guai. Invece, lo spostamento reale è chiaramente permesso e rispetta la legalità.
Attenzione agli spostamenti tra wallet
Possiamo spostare senza alcun limite i nostri fondi crypto tra wallet di nostra proprietà.
Attenzione però quando il wallet è esterno, ossia non nostro. In questi casi, se non si ha modo di dimostrare che l’evento non è fiscalmente rilevante (ad esempio una donazione), l’operazione/le operazioni sono soggette a tassazione al 33%. Questo perché il wallet esterno potrebbe essere di qualcuno che ci ha venduto un bene o servizio, un fatto che innesca le imposte.
"I movimenti tra wallet esterni possono crearci qualche grattacapo"
Obbligo di dichiarazione SEMPRE
Nel corso delle nostre live su YouTube, molti utenti ci chiedono ancora se ci siano degli importi minimi che fanno scattare l’obbligo di dichiarazione. Ci sembra quindi giusto ripetere ancora una volta questo importante concetto: in Italia, dichiarare le criptovalute è obbligatorio a prescindere dall’importo.
Possiedi un controvalore di 1€ in BTC? 1.000€? 1 milione? Poco importa: dovrai dichiararlo annualmente e, se dovuta, pagare quella che viene chiamata imposta di bollo criptovalute.
Domande Frequenti
Dal 2026, le tasse crypto in Italia ammontano al 33% sulle plusvalenze effettivamente realizzate. Fino al 2025 l’aliquota era del 26%, rimasta tale per i derivati crypto. Non è più previsto alcun limite minimo né franchigia: le tasse devono essere pagate su qualsiasi plusvalenza realizzata.
L’unico metodo effettivo è il trasferimento in un altro Paese dove i profitti da bitcoin e le criptovalute non sono tassati. In Italia è possibile ridurre le tasse o ritardarle legalmente, ma non evitarle del tutto (salvo in casi particolari, come la compensazione minusvalenze e plusvalenze).
Sono previste sanzioni pecuniarie non da poco, che vanno dal 3% al 15% degli importi non dichiarati. L’obbligo di dichiarare le crypto in proprio possesso è in vigore da anni e la prassi è ormai piuttosto collaudata. Nota: il solo possesso delle crypto non comporta alcuna tassa, salvo l’imposta IC.
Conclusioni su come non pagare le tasse sulle crypto
In Italia non esistono metodi legali su come non pagare le tasse sulle crypto. Troviamo però diversi modi per ritardarle o per ridurre l’importo, tra cui l’holding continuo, il liquid staking, la compensazione di minusvalenze e plusvalenze e l’uso di derivati crypto.
Per chi non vuole pagare le tasse crypto in Italia, l’unico metodo reale e legale è quello di trasferirsi all’estero, in un Paese in cui non ci siano obblighi di dichiarazione né tasse.
Non abbiamo scoperto l’acqua calda, ma abbiamo comunque avuto modo di conoscere o ripassare alcuni metodi pratici per ottimizzare la fiscalità di coin e token.
Per avere un quadro più completo, leggi la nostra guida sulla tassazione criptovalute in Italia.
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